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Pietro d’Abano, scienziato dottissimo del suo tempo
e geniale allestitore del ciclo astrologico del Salone di Padova.

                                                                                                  di Daria Mueller

1. Il momento storico

    Pietro d’Abano, vissuto tra il 1250 e il 1315 – le date sono incerte, giacché di lui abbiamo pochissimi documenti - ha avuto la fortuna di trovarsi nell’epoca d’oro e del Medioevo e della storia del libero Comune di Padova.
   Dedicheremo questa prima parte della nostra esposizione ad illustrare queste due asserzioni, facendo una veloce carrellata attraverso i secoli del periodo medioevale.
   Il concetto di Medioevo, storicamente parlando, abbraccia infatti un periodo molto vasto: dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476) alla scoperta dell’America (1492). Questa scansione considera il Medioevo come una età di mezzo tra il crollo della più vasta organizzazione statale dell’antichità e la scoperta di un Nuovo Mondo, che avrebbe poi spostato oltre Atlantico il baricentro della storia.
   Più proficua per il nostro discorso è la suddivisione in Alto e Basso Medioevo che ha il suo punto di demarcazione nell’anno Mille, quando cioè il fenomeno della rinascita delle città era ormai decollato in quasi tutta Europa. Molteplici furono i fattori di questa rinascita. In sintesi, dopo la fine delle invasioni barbariche (o migrazioni di popoli, adottando un’altra ottica), si instaura un circolo virtuoso che correla le bonifiche ed i miglioramenti delle colture (la cosiddetta “rivoluzione agricola”) con le nuove generazioni di uomini ben nutriti, pronti a ripopolare le vecchie città romane o fondarne di nuove. E città è sinonimo di libertà e la libertà non è solo quella del riscatto dai vincoli feudali, ma è anche quella del pensiero, pensiero che si forma attraverso gli studi, che ora si riscattano dalla subordinazione ed esclusivo monopolio della Chiesa. Foto 1 Pietro d'Abano Nella storia dell’arte infine, si assiste alla nascita, tra il 1000 e il 1300, dei due opposti e ugualmente splendidi stili del Romanico e del Gotico, considerando i quali rinunceremo d’un sol colpo a pensare al Medioevo come un’età “di passaggio” o, peggio ancora, “retrograda”. Concorderemo invece pienamente con lo storico statunitense Charles Haskins (1870-1937), che nel suo lavoro più famoso, Il Rinascimento del XII secolo, parla di una età “di fresca e vigorosa vitalità” a tutti i livelli: dalle crociate alla nascita delle città e dei primi stati burocratici; dalla rinnovata conoscenza dei classici, del diritto romano e della scienza greca all’emergere delle letterature volgari e alle origini delle prime università.

   Ora se tutto ciò era già in atto nel XII secolo, ancor più lo era nel XIII, l’età di Pietro d’Abano.  

    E’ a partire da questa età che le università, associazioni autonome di studenti e professori aperte a tutti, si diffusero in Europa e presto si distinsero, ciascuna, per una specifica disciplina.

Foto 2   Per la medicina, che vide la sua culla nella multilingue “Scuola di Salerno”, crocevia tra oriente ed occidente e famosa per il suo Regimen sanitatis (una serie di norme pragmatiche per vivere in salute) e per il fatto di ospitare la prima donna ginecologo, Trottula De Ruggiero, s’imposero Padova e Montpellier; per il diritto, Bologna; per la filosofia, Oxford con la figura di Ruggero Bacone (1214-12949), uno dei padri dell’empirismo e della ricerca sperimentale, chiamato, per la vastità della sua cultura, doctor mirabilis; per la teologia, Parigi.

   E proprio a Parigi si trovava Pietro d’Abano, medico e dotto ormai famoso, quando il libero Comune di Padova lo chiamò per incaricarlo dell’allestimento degli affreschi del Salone, rimesso a nuovo, così come ora lo ammiriamo, da fra’ Giovanni degli Eremitani.
   Prima di illustrarvi questa età d’oro del libero Comune di Padova, completiamo la panoramica storica con la quale abbiamo iniziato e, procedendo dal generale al particolare, cerchiamo di evocare la situazione ad Abano nel pieno del “rinascimento” medioevale.
   Anche qui c’è stata la bonifica dei terreni e la “rivoluzione agricola”, dunque l’estendersi delle colture e il conseguente aumento della popolazione.

Foto 3   Tutto il territorio è disseminato di pagi (dal latino pagus, villaggio) ed Abano già nel XII secolo è chiamata villa e cioè “un centro rurale con precisa coscienza giuridica e di sé e di un territorio pertinente” – sono parole dello storico Sante Bortolami.
   Nel secolo successivo, quando vi nacque Pietro d’Abano, questo comune con le sue frazioni è orami del tutto ben articolato nei suoi rapporti, vuoi col monastero di Praglia, vuoi con la città di Padova.
   Ma Abano ha una marcia in più per approfittare dei benefici della “rivoluzione agricola”! Come si sa essa fluttua su una splendida area termale in un contesto naturale, i Colli Euganei, da orto botanico.
   Nella prima metà del XIII secolo qui decolla l’industria alberghiera: le terme cioè cessano di essere solo luoghi di cura ospedaliera o convalescenziari per diventare dei moderni “centri benessere”, con tutto l’indotto che ne consegue, primi fra tutti i medici.

    Con la “superstrada” del Canale Battaglia (fatto scavare alla fine del XII secolo) e l’attenta gestione del Comune di Padova di tutta la rete idrografica del territorio per agevolare gli spostamenti dalla città alle zone termali, Abano s’è trasformata, nella seconda metà del secolo in una piccola città di circa 800 abitanti con, sono gli estimi padovani a dircelo, 175 fuochi, focolari, famiglie.

   Facciamo dunque visita alla famiglia di Pietro, una famiglia agiata e acculturata.
Il padre Costanzo - di lui i documenti parlano molto di più che di suo figlio - è notaio: professione molto richiesta per disciplinare e ordinare legalmente una realtà inedita ed in continua espansione. Egli fa fortuna al servizio dell’Abate del monastero di Praglia, che lo investe del beneficio di alcuni terreni. Alla fine del ‘200, così i documenti, egli esercita e vive a Padova, non perdendo comunque mai i contatti con la campagna.
   Come si capisce, il nostro Pietro aveva di che stare tranquillo, badare ai suoi studi di medicina, iniziandoli a Padova, per poi avere la possibilità di completarli “all’estero”, a Parigi, per l’appunto, dove si laureò. E, infine, fare i suoi viaggi di perfezionamento: primo fra tutti quello a Costantinopoli, dove apprendere il greco e procurarsi i manoscritti delle opere di Aristotele (quello della Fisica, non della Logica, noto da tempo), di Galeno e di Dioscoride, come racconteremo più avanti.
   Notizie queste, che è lui stesso a fornirci, qua e là nelle pagine dell’opera di medicina che lo rese famoso: il Conciliator, dove, come dice il nome, dopo aver esposto i diversi pareri dei medici e filosofi greci, arabi e latini, egli si sforza di ricondurli all’armonia.
   Ma nel Medioevo, di quale tipo di cultura, di quali libri si doveva disporre per essere un dotto uomo di scienza come fu Pietro d’Abano?
Per rispondere a questa domanda basterà entrare nella sua biblioteca.

 

2. La biblioteca del medico

 

2-2   Il posto d’onore in questa biblioteca è occupato dai vari libri dell’Almagesto e del Tetrabiblos: rispettivamente l’opera di astronomia e l’opera di astrologia di Claudio Tolomeo, lo scienziato greco, vissuto ad Alessandria d’Egitto nel II sec. d.C.
   Adottando la cosmologia di Aristotele (IV sec. a.C.), Tolomeo formulò quel modello astronomico, geocentrico, che durò ben 14 secoli di storia dell’umanità!
  Un uomo dotto nel Medioevo e, in particolare, un medico, non poteva essere che tolemaico. 
   Con Tolomeo infatti anche l’astrologia assunse un nuovo aspetto; perse cioè ogni valenza fideistica del passato per diventare, incardinata nel sistema cosmologico di Aristotele, una specie di “astronomia applicata”: i movimenti dei pianeti vengono usati per capire i fenomeni naturali e dunque anche l’uomo col suo corpo corruttibile. Nel cosmo aristotelico-tolemaico, ordinato e chiuso, ci sono due realtà: quella perfetta dei cieli (dei pianeti, rotanti in orbite perfettamente circolari), e quella imperfetta del mondo sublunare (sotto la Luna), la zona dei quattro Elementi (Fuoco, Aria, Terra ed Acqua) e dell’uomo, che da essi è composto. La realtà terrestre soggiace a quella celeste e con essa interagisce.
   Ma questo è per l’appunto ciò che registra una Carta del cielo di nascita (un oroscopo personale, eretto per una precisa ora e luogo, con il corredo dei pianeti direzionato ad hoc): un microcosmo che rispecchia il macrocosmo e che ci permette di rispondere ad ogni tipo di domanda sulla nostra realtà specifica, compresa, naturalmente, la salute.
4   Il nostro dotto, medico e filosofo, diventa così anche astrologo e astronomo: per seguire i moti dei pianeti e valutarne l’effetto (“l’influsso”) sul suo paziente, deve sapere consultare le effemeridi, le tabelle che registrano i movimenti dei vari pianeti lungo lo zodiaco.
   Capiamo così perché Pietro si premuri di tradurre, direttamente dal greco, alcuni scritti di Ippocrate (V sec. a.C.) sull’influenza della Luna nel decorso delle malattie, o quelli di Galeno (II sec. d.C. ) sulla teoria degli umori e dei temperamenti.
   Recuperare il pensiero medico dell’antichità classica, equivaleva ad attribuire alla natura la causa delle malattie. Ippocrate fu infatti il primo, e per questo è considerato il padre della medicina occidentale, ad introdurre il concetto di cause materiali alla basedella malattia (uno squilibrio degli umori del corpo): non dunque cause religiose o magiche, come si pensava ancora nel Medioevo (malattia come punizione divina o possessione demoniaca).

   Infine nella biblioteca del nostro medico-filosofo-astrologo-astronomo troveremo, proprio sul tavolo della quotidiana consultazione, un altro gruppo di libri: sono quelli della cultura e della sapienza arabe che, dopo la conquista musulmana della Spagna (929-1031: Califfato di Cordova), s’erano presto diffusi in tutta Europa.
   Già verso la metà del XII secolo, nella celebre “Scuola di traduttori di Toledo”, Gherardo da Cremona curava la traduzione dall’arabo in latino del Canone di Avicenna (980-1037), medico persiano, fisico, filosofo e scienziato, personalità fra le più famose del suo tempo.
   Nel Canone, opera poderosa di circa 1 milione di parole, si trattava, in più libri, dei più diversi argomenti: di teoria della medicina, di medicamenti e del loro modo di agire, di patologie e terapie, di chirurgia, di antidoti.

6   Nel Canone si individuava l’aspetto contagioso della tubercolosi, si consigliavano i chirurghi su come trattare il cancro nei suoi stadi iniziali e si dedicava tutto un settore al commento di 760 medicamenti, non solo parlando delle loro applicazioni ed effetti, ma raccomandando di testarli sugli animali prima dell’uso.
   Ma Avicenna spaziava con la sua intelligenza clinica anche su altri aspetti che toccano la salute: egli, ad esempio, riconosceva l’importanza dell’influsso del clima e dell’ambiente, o la potenza terapeutica della musica fino ad arrivare all’individuazione del “mal d’amore”. Malattia, quest’ultima, che il grande luminare aveva individuato nel caso disperato del principe Juria, misurandogli il polso e notando la variazione di pulsazioni al solo sentire il nome dell’amata.
   Vedremo come negli affreschi del Salone, e precisamente nel Segno della Bilancia, la musica e la danza diventino protagoniste delle scene dei vari riquadri e come, tra tanti personaggi che si occupano del benessere degli uomini, Pietro d’Abano ci presenti anche un “moderno” pranoterapeuta.

   Dell’intreccio tra la musica prodotta dalla voce o dagli strumenti e quella prodotta dal flusso del sangue, percepibile attraverso la misurazione del polso, Pietro d’Abano tratta in molti passi del suo Conciliator. Se è vero che la musica fa bene all’anima, è altrettanto vero che il corpo ha una sua musica individuale!
   E il grande medico Aponense arriva ad individuare, rifacendosi a Galeno e ad Avicenna, fino a dieci differenti tipologie di polso, caratterizzate da altrettante proporzioni numeriche. Il polso è una spia importante per conoscere lo stato di salute del paziente e un polso “bennumerato”, sono le sue parole, proprio come l’armonia nella musica, indica un corpo in equilibrio.
   Non sfugge il forte accento naturalistico di tutto questo discorso: non solo l’uomo viene qui considerato, quale oggetto della scienza medica, nella sua specifica dimensione corporea, ma si aprono i varchi per attribuire all’esperienza – nell’ascoltare il polso si usano i sensi – valore di conoscenza. Ricordiamoci che nel Medioevo era la Teologia ad avere dignità di scienza e la Medicina era ancora relegata al rango di arte meccanica, ovverosia manuale, senza spessore intellettuale.  

   Al volo, prima di lasciare questa ben fornita biblioteca, apriamo un’opera che non vorremmo più lasciare, così ricca di immagini com’è!
8   E’ un’opera che Pietro acquistò (una copia, s’intende, del manoscritto originale) nel suo viaggio a Costantinopoli, magari proprio nell’atelier di produzione libraria del monastero di S. Giovanni Prodromo, il centro medico e scientifico più importante e avanzato dell’Impero Bizantino. La biblioteca del monastero aveva infatti raccolto i libri sopravvissuti al saccheggio della città da parte dei Crociati (1203).

   Si tratta dell’opera di Dioscoride (I sec. d.C.), il più famoso farmacologo dell’antichità, che dall’Asia Minore si era trasferito a Roma, al servizio degli imperatori Claudio e Nerone.
La sua opera in più volumi tratta de La materia medica, cioè di tutte le sostanze naturali - di origine vegetale, animale e minerale – utilizzate per la preparazione dei farmaci.
   Dell’opera di Dioscoride, Pietro conosceva anche altre versioni che, da studioso qual era, incrociava per completarne l’informazione.
   E certo quando redasse il suo libro Sui veleni avrà consultato ripetutamente il corpus dioscorideo che comprendeva trattatelli specifici, e sui veleni somministrati per via orale, e su quelli iniettati tramite morso o puntura di animali velenosi.
   Un tema, quello del veleno, fortemente sentito e di grande attualità nel Medio Evo. 
 

3. Gli affreschi del Salone di Padova

 

    All’inizio del ‘300 il libero Comune di Padova era al suo apogeo, raccogliendo i frutti di 40 anni di stabilità e di una politica che era diventata sempre più rappresentativa degli interessi di tutta la compagine sociale.
   L’enorme aumento della ricchezza permise l’avvio di grandi opere pubbliche che trasformarono in pietra una città di legno.
    Si selciarono le piazze e le strade, si ricostruirono in pietra i ponti e si pose mano, approfittando dell’ennesimo incendio (1290), alla ristrutturazione del vecchio Palazzo della Ragione, dove la giustizia, la “ragione”, veniva amministrata e dove, tutt’intorno nel sistema delle piazze, si concentrava ogni tipo di commercio e di mercato.

   Dobbiamo al genio dell’architetto fra’ Giovanni degli Eremitani l’innalzamento della magnifica nave celeste (il soffitto a carena rovesciata) con l’altrettanto stupefacente tetto a piombo su cui si aprono i lucernari, 7 per ogni lato (a nord e a sud): 7 come i 7 pianeti, che dall’alto irraggiano le loro forze sul cuore pulsante della città.
10   La ristrutturazione e l’ampliamento del Palazzo liberarono all’interno una vastissima zona bianca. Il Salone, ricordiamolo, misura all’incirca 80x27m, e la fascia “bianca”, soprastante gli affreschi che segnalavano i vari Seggi dei tribunali, raggiunge quasi i 6 m. Serviva un uomo di grande dottrina per ideare “un qualche cosa” che suggellasse il Buon Governo della città.
   Ed il Comune si ricordò del suo concittadino ormai illustre e lo chiamò.
     
    Ed egli rispose. 
Pietro d’Abano rispose con gioia, e spiegheremo subito perché, al richiamo della sua città.  Certo non ne aveva mai perso i contatti, non solo affettivi, ma anche di studio.
   L’Università di Padova, allora, era rinomata in tutta Europa per la fama dei suoi professori, che venivano, come gli studenti, da ogni dove. Per incoraggiare questa dimensione cosmopolita e insieme evitare rovinose “baronie”, un decreto del 1276 vietava ai padovani l’insegnamento nello Studium.
   Ovviamente per Pietro si fece un’ eccezione e lo si dotò e di incarico e di stipendio.
   C’era anche un altro motivo che, probabilmente, convinse Pietro a lasciare Parigi. Egli aveva subìto colà un primo processo, accusato di posizioni eretiche da parte dei frati domenicani del convento di San Giacomo. Ora Padova con i suoi illustri uomini di legge, del tipo di Lovato Lovati (1240-1309) o di Simone Enghelfredi, professore di diritto, giudice e, tra il 1290 e 1311, attivo anche politicamente, ora Padova – si diceva - si presentava agli occhi di Pietro come luogo più sicuro della capitale francese.
   E gli eventi gli daranno ragione. Il Comune di Padova, infatti, nei processi che Pietro ebbe a subire, sempre lo difese e lo protesse.  
   Tornando all’allestimento degli affreschi, pensiamo anche che l’intelligente Comune abbia dato “carta bianca” al suo famoso cittadino rimpatriato: l’impresa non era da poco e il risultato fu straordinario.
   In una griglia di 333 riquadri, suddivisi tra i 12 mesi dell’anno, Pietro d’Abano trasfuse tutte le sue conoscenze astrologiche descrivendo, nelle più svariate attività umane, il laborioso e composto vivere della sua città, modello di armonia tra cielo e terra, di influssi planetari e della loro ottemperanza.
   Nonostante la duplice rovina che si è abbattuta sul ciclo di affreschi, il più vasto al mondo per questo argomento: l’incendio del 1420 e il turbine del 1756, l’allestimento ideato da Pietro d’Abano è rimasto pressoché intatto, come ho dimostrato in altra sede (v. la mia Guida agli affreschi astrologici del Salone di Padova). Anche se le immagini che vediamo non sono più quelle di Giotto, esecutore materiale, secondo la tradizione, del progetto dell’Aponense, il contenuto, il loro senso ed ordine espositivo, non sono stati alterati.

Concludiamo allora la nostra esposizione facendo una rapida passeggiata nel Salone per rintracciare, come promesso, i riquadri che raccolgono i temi fin qui toccati. Partiamo con la musica.

1214

                                                                     
   Essa trionfa, assieme alla danza, nel comparto che accoglie il Segno della Bilancia (mese di settembre: equinozio d’autunno). In un riquadro due musicisti, schiena contro schiena, intonano i loro strumenti a corda; in altri, dame in coppia battono ritmicamente le mani o si sorridono, sfiorandosi in una caròla.
   E’ questo il comparto più sonoramente allegro di tutto il Salone! E’ proprio vero che la musica, come il pianeta che governa il Segno della Bilancia, cioè Venere, rende amabili e ben disposti.
   Passiamo ora alla sontuosità della natura e dei suoi tappeti erbosi nel Segno del Toro (mese di aprile: la piena primavera).
   Qui una giovane, inginocchiata in un prato lussureggiante, ha già colto l’erba salutare che cercava; là una dama, ritta in mezzo ad un altro magico verde, tiene le braccia stese a bilanciere e porta su ogni mano un canestro chiuso. Cosa conterranno? Qualcosa certo di importante che ci rimanda agli erbari di Dioscoride. E che attenzione per la terra e i suoi frutti nel Segno del Leone (piena estate), dove un cercatore di tartufi sta annusando con tale concentrazione il prezioso fungo che quasi ci mettiamo ad inalare anche noi.

   Ed ora un fuoco di fila di flash sui tanti tipi di medici presenti nel Salone; perché ci sono proprio tutti, dal più semplice al più prestigioso.
   Si va dal cavadenti e dal salassatore al “fisico” che traguarda l’urina; per arrivare all’annunciato pranoterapeuta che, seduto su una sedia, impone le sue mani sulla testa di una giovane inginocchiata davanti a lui. Di che cosa soffrirà? E’, la sua, una ferita del corpo o dell’anima? Che soffra dello stesso male del principe Juria?
   Dopo il pranoterapeuta troviamo anche il mago, che, accoccolato nel suo cerchio magico costellato di caratteri ermetici, manda la potenza del suo fluido … chissà dove … chissà dove.

   E c’è infine l’astrologo, dal suo alto scranno, in diretto dialogo con le stelle. Egli è collocato, quasi un commiato, nell’ultimo Segno zodiacale: il Segno dei Pesci, e proprio nel riquadro sottostante a quello che ospita il pianeta governante il Segno: Giove, quasi a suggerirci che, come Giove è sovrano dell’Olimpo, così l’astrologo è sovrano tra i medici, per la completezza della sua preparazione, in cui teoria e pratica, filosofia e scienza si integrano perfettamente.  

 

In sintesi: Pietro d’Abano in tutto e per tutto.

Foto 10
                                                          

Questo articolo è stato inserito nella pubblicazione
Il territorio euganeo – Una storia millenaria
che il LIONS di ABANO TERME ha promosso in occasione del suo
50° anniversario (1966-2016)