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Kafka, ovvero sofferenze e trasparenti paradossi di un tipico Cancro

«Sono appena sano per me, ma non più per il matrimonio e meno ancora per essere padre. Ma quando leggo la tua lettera, potrei non vedere più di quanto sia evidente». (11 novembre 1912)
Sono frasi, ambiguamente sconfortate e sibilline, tratte da una lettera di Kafka a Felice Bauer, la donna con cui egli si fidanzò due volte e con cui ebbe la più lunga - 5 anni di durata - storia d'amore.
Ma quale amore? Un amore soprattutto epistolare, fondato dunque sulla quasi totale negazione fisica di sé, formalmente sostenuta/giustificata dalle circostanze: Felice sta a Berlino (8 ore di treno da Praga) ed ha anche un lavoro di responsabilità, a livello direzionale, in un'indu stria di dittafoni.
E, ancora, un amore che è continuamente minacciato di morire, di finire, ma che è, attraverso una quasi ininterrotta sequenza di crisi e com plicazioni, tenuto in vita per perpetuare lo spasimo di una ben nota sof ferenza.
Fin dall'inizio infatti Kafka sa cosa lo aspetta: l'inevitabile abbandono.
Ma Felice - il cui nome per Kafka suona come una provocazione non può ancora sospettare in quale trappola sia stata catturata e dovrà dunque sottoporsi ad una sempre più fitta e dettagliata raccolta di prove contro di lui (ecco la necessità delle lettere: scripta manent), cosicché al la fine sarà costretta, da donna positiva qual è, a formulare il suo giudi zio di condanna, restituendo lo alla condizione a lui più congeniale: quel la di vittima innocente.
Nel tentativo di chiarire la lucida ambiguità di Kafka, la tecnica dila toria che lui adotta, mascherando le sue vere intenzioni, risaliamo al 1912, anno dou della sua storia di uomo e della sua storia di scrittore.
E’nell'agosto di quell'anno che Kafka ha conosciuto Felice e risale al 20 settembre l'invio della sua prima lettera. Due giorni dopo, nella notte tra il 22/23, come minutamente commenta nei suoi Diari, egli scrive «La condanna», il racconto che lo ha rivelato a se stesso come scrittore au tentico.
Sono due date emblematicamente unite, ma non lasciamoci ingannare, poiché ciò che appare unito - e siamo di fronte ad un tipico paradosso kafkiano - è già minacciato di frattura e di scissione. Kafka uomo e Kafka scrittore, l'amore per la vita e l'amore per lo scrivere, non solo non po tranno mai con-vivere, ma dovranno lottare l'un contro l'altro e Kafka si tormenterà sempre (tormentando con lui tutte le donne della sua vita, eccetto forse l'ultima: Dora Diamant) nel trovarsi esiliato dal consorzio umano, in una solitudine colpevole e vergognosa, benché ineluttabile.
Ma veniamo alla trama del racconto «La condanna». È la storia del tragico epilogo di un conflitto mortale tra padre e figlio. In «una splen dida domenica mattina di primavera» il figlio rivela al padre la sua in tenzione di sposarsi, intenzione che ha appena comunicato per lettera ad un lontano amico di Pietroburgo, con cui ha da anni instaurato un “singolare rapporto epistolare”. Questa notizia scatena tutto il risenti mento represso del debole/forte padre che lo condanna a morire annega to, verdetto (in realtà il titolo originale del racconto “Das Urteil” signi fica proprio “La sentenza”) che il figlio eseguirà, prontamente, alla lettera.
Il racconto, dedicato esplicitamente alla “signorina “Felice Bauer”, ma fattole conoscere qualche tempo dopo, preconizza già l'impossibilità che il loro rapporto possa essere normale e concludersi con il più che natura le matrimonio. Certo non è un racconto da mandare alla futura fidanza ta, o meglio, è proprio quello giusto se è Kafka a spedirlo. Kafka è in fatti uno scrittore, consapevole fino in fondo del potere mistificatorio, illusorio, diabolicamente seducente e provocatoriamente ambiguo della parola; e, in più, è un rappresentante eccezionale del segno del Cancro, segno a cui appartiene, essendo nato il 3 luglio del 1883 a Praga.
Ora, cosa c'entra tutto ciò col segno del Cancro?
Per rispondere adeguatamente dobbiamo fermarci un momento e capire prima di tutto come l'Astrologia possa diventare un utile strumento di indagine. Essa individua nei 12 segni zodiacali, 12 tipologie caratteriali, una delle quali è quella del Cancro. Tutti i nati in questo segno sono connotati dai seguenti elementi-chiave:

1) l'appartenere all'elemento ACQUA
2) essere sotto il dominio della LUNA
3) essere il Cancro un segno CARDINALE (= di inizio stagione; il Sole entra nel Segno del Cancro al momento del solstizio d'estate).

Ciò si traduce, e sia detto per i lettori più impazienti, in:

l) non avere forma propria. Vivere = aderire alla realtà degli altri (mimetismo– parassitismo - estrema sensibilità verso l'ambiente);

2) soffrire, se si è uomo, di un più o meno forte complesso edipico.
Essere riluttanti a prendere una posizione definitiva e trovare soddisfazione nel
dipendere da un essere, un'idea, una cosa;
3) avere fermezza «interiore», il che rende tenaci e caparbi nel persegui re gli obiettivi prestabiliti, difficilmente penetrabili agli occhi altrui. Il solstizio d'estate corrisponde, psicologicamente, al punto massimo della soggettivazione interiore.

Accontentiamo adesso i lettori più desiderosi di approfondimento.
I Segni d'ACQUA dello zodiaco sono tre (Cancro - Scorpione - Pesci) e le loro acque sono ben diverse tra loro. Quelle del Cancro sono le acque gestatorie, della fecondazione, del liquido amniotico. Non per nulla solo il Cancro, fra tutti i segni dello zodiaco, è posto sotto il dominio della Luna. Il luminare non evoca solo la notte, la vita istintiva, inco sciente, immaginativa; in astrologia esso rappresenta la donna, la madre prima di tutto e, in modo specifico per il Cancro, l'esperienza fisica del nascere e, ancora – stupefacente capacità di regressione di questo Segno innamorato/attratto/risucchiato dalle origini - il ricordo della beata con dizione della vita intrauterina, alla quale la nascita lo ha strappato, con­dannandolo a vivere.
La prima sofferenza che l'uomo Cancro ha sperimentato è stata certa mente quella della nascita. Lui non avrebbe mai voluto varcare quella soglia; la nascita è stata sentita come un'espulsione dall'Eden, ma lui non aveva commesso alcuna colpa; inspiegabilmente la madre - la chia mano legge di natura - ha rifiutato di tenerlo per sempre con sé. Reci dendo il cordone ombelicale lo si è esposto alla vita, costringendo lo ad accettare una autonomia non voluta, se non già odiata, obbligandolo a lottare per ritagliarsi nuove sicurezze, protezioni, garanzie.
Ma l'uomo Cancro «classico», e dunque anche il nostro Kafka, non accetterà mai questa «logica» dell'esistere. La vita infatti non ha nessun senso ( “di tanto adoprar, di tanti moti d'ogni celeste, ogni terrena cosa ... uso alcuno, alcun frutto indovinar non so” - Leopardi, Cancro an che egli); esiste un'unica, autentica meta: la morte, tutto il resto è sogno, interludio, malinteso, al più una serie di tentativi di instaurare un con tatto «reale» col mondo, che inevitabilmente sarà destinato al fallimento.
Certo l'uomo Cancro, caparbio e tenace, non abbandonerà la lotta, pur sapendo che essa non gioverà a nessuno e meno di tutti a lui. In chiodato ad un destino non voluto, egli si mette a lottare con la vita per uscirne vinto, vittima di una condanna che era già stata data al mo mento stesso della sua nascita.
Su questo sfondo si spiega facilmente il rifiuto della soluzione del sui cidio di fronte al non-senso della vita: come non è stato lui a recidere il cordone ombelicale, così non reciderà il filo della Parche, non si sosti tuirà ad esse. Più assoluta sarà la sottomissione alla vita, più assurde e penose risulteranno le sue leggi e inevitabile la fusione dei ruoli di con dannato e di giudice, perchè sarà proprio eseguendo la condanna alla vita che il condannato si trasformerà in giudice, capace di lanciare il più tremendo j'accuse.
Ci troviamo dunque davanti ad un vero e proprio paradosso esistenziale:
“Se la vita è sventura, perchè da noi si dura?”,
così Leopardi meditava a proposito della nascita; e non meno parados salmente Kafka diceva al medico che, levatrice al contrario, lo assisteva nelle sue ultime ore ( o lo torturava, secondo Kafka, negandogli la mor fina): «Mi uccida, altrimenti lei è un assassino».
Questa frase ci ripropone emblematicamente il meccanismo tipico del cancerino: il rifiuto all'autodecisione, il piacere della dipendenza come prova della propria condizione di totale debolezza e quindi di innocenza. Un'innocenza però dagli effetti dirompenti, che si impone quasi in modo ricattatorio sugli altri, costretti, loro sì, ad agire e reagire.
Naturalmente questo comportamento diventa più esplicito nel rappor to con la donna. Già si è detto come l'uomo Cancro, appunto perché nato sotto l'influsso della Luna, sia dominato dal principio femminile/ma terno/matriarcale. Di più: egli vive nella dipendenza materna e, unico segno in tutto lo zodiaco, egli non potrà mai liberarsi dall'imprinting avuto, destinato com'è a riproporre l'archetipo dell'esperienza della na scita in tutte le sue relazioni. Apparentemente ciò gli crea anche dei van taggi - ma certo lui non lo vorrà mai ammettere - : moltissime donne sono disposte ad amarlo, proprio perchè egli solo ha la capacità di ap pellarsi alla loro primigenia natura femminile = quella di essere madri. Kafka chiama occasionalmente Milena, la seconda donna importante della sua vita «mamma Milena» e nelle sue lettere sia a Felice che a Milena, insiste sempre sulle sue incapacità, impossibilità, a volte anche indegnità, impresentabilità.
Il suo è un lamento esibito, esagerato anche a costo di cadere in una rete di contraddizioni: questi sono i «trasparenti paradossi» del nostro titolo, autentiche provocazioni/sfide nei confronti di chi lo ama e lo po trebbe (Felice) o vorrebbe (Milena) amare.
In definitiva Kafka, come l'autentico uomo Cancro, ripropone con le sue donne il rapporto feto/madre. Ma se il feto avidamente assorbe tut to ciò che gli può servire per il suo sviluppo, per Kafka, che feto vuoI rimanere, si tratterà di raccogliere gli elementi del non-sviluppo. Il suo sarà un rapporto comunque unidirezionale, perchè egli non darà mai nien te in cambio, se non la responsabilità, il peso (come quello della gravi danza) di averlo accolto su di sé. Per il resto Kafka quasi aborrisce il contatto. Come il feto che, protetto dal suo liquido amniotico, non può essere accarezzato, toccato, raggiunto, cosi lui, non solo uomo Cancro, ma anche scrittore, crea delle interposizioni per tenere lontane le sue don ne, usando parole/malintesi, minacciandole di infelicità, creando un ag grovigliato e sempre più assurdo labirinto di domande/dubbi/sospetti. Le sue donne lo potranno nutrire = amare solo mantenendo le distanze (e già oggettivamente esse vivono lontano da Praga). Si chiarisce cosi il paradosso affettivo dell'uomo Cancro: ciò che vi unisce a lui è il cor done ombelicale e nello stesso momento in cui egli vi fa sentire questo legame, questa viscerale dipendenza/affinità, vi dimostra contemporanea mente la sua estraneità, inaccessibilità, assoluto isolamento e silenzio. Non può rispondere alle vostre domande, non può esplicitare ciò che pensa o vuole: chiuso nel suo mondo intrauterino egli si dedica con piacere alla sola azione che gli è consentita: la rotazione su se stesso ( e vedete come nel geroglifico del Cancro é}; sia espresso questo movimento), l'elaborazione infinita e ricorrente del processo della gestazione, dove tutto è attesa e assoluta passività.
Certo, prima o poi, voi vi stancherete di questo rapporto paradossale, fondato sulla totale sottomissione e totale negazione; di questo gioco pe ricoloso di tiro alla fune (una metamorfosi del cordone ombelicale?) in cui Kafka vedeva risolversi la vita stessa: «... un tiro alla fune nel quale l'altro s'affatica continuamente» - la donna del nostro caso - «e vince, ma non per questo riesce a tirarmi dalla sua parte.» (Diari, 8 febbraio 1922).
Pur tuttavia egli non rinuncerà a sfidare le sue donne con la menzo gnera e pur seduttrice illusione - o potere d'inganno della parola! - di aver bisogno del loro amore per riscattarsi dalla condanna dell'esistere e cioè dalla sua diffidenza nei confronti del reale.
La visione progressiva del rapporto di coppia non è che un tranello, una finzione per ingaggiare il corpo a corpo con la donna. Il momento del concepimento dell'amore fa tutt'uno con quello del contagio: investi ta dalla sua angoscia e tormento, trascinata nel mondo delle sue con traddizioni, pulsioni e repulsioni, la donna di Kafka si vedrà trasformata da alleata-salvatrice in nemica-giudice-carnefice perchè, come abbiamo già detto, sarà lei l'esecutrice materiale della sua espulsione= abbandono = nascita = morte.
L'errore forse sta nel chiedere a Kafka (e a qualunque vero Cancro) di essere, di consistere, di assumere un'identità precisa e riconoscibile: l'amore finisce in quel punto, perchè non deve assolutamente ripetere l'atto della nascita quando il figlio, uscendo dal grembo della madre, è finalmente visto e fissato nel suo essere autonomo.
Come risarcimento resterà alla donna che ha amato un uomo del Can cro l'ascensione di diritto nel mondo mitico dei suoi archetipi femminili, di tutte le donne cioè, la madre per prima, che lo hanno abbandonato.


Dopo queste osservazioni su Kafka come significativo rappresentante dell'uomo del segno del Cancro, vorrei concludere con alcune riflessioni sulla sua produzione letteraria, che pure mi sembrano astrologicamente significative.
Come si sa la cifra dei racconti e romanzi di Kafka è la fissità, l'ina zione. Le sue storie sono senza evoluzione, i suoi racconti sono spesso solo degli inizi, così come le sue frasi rinunciano all'espansione e stanno lì, accostate l'una all'altra.
I protagonisti si trovano già dalle prime righe im90ssibilitati ad inter venire attivamente nello sviluppo delle cose, dunque esprimono subito quella condizione di vittima innocente che già abbiamo imparato a rico noscere. Quel po' di azione che si riesce a fare è affidata alle donne, quasi sempre di umili condizioni: ecco l'appello dell'uomo Cancro al prin cipio femminile/matriarcale tout court nel suo duplice ruolo di protezio ne e di servizio.
Esemplificativi di quanto detto sono i due romanzi più noti di Kafka: ne «Il processo» non avviene alcun processo e già nel primo capitolo (= il primo vagito?) il protagonista si trova inspiegabilmente nella con dizione dell'arrestato-condannato; e ne «Il castello», lasciato necessaria mente incompiuto, i tentativi di avvicinamento/conquista al castello sa ranno continuamente frustrati.
Ma questa è la situazione tipica degli scritti di Kafka. Si legga pure a caso qualunque suo racconto e si noterà sempre questa impossibilità di sviluppo (= di vita) delle vicende e si respirerà l'atmosfera soffocan te, l'assurdità angosciante che da esse promana.
Sembra quasi la ripro posizione del momento del parto o meglio del faticoso, angoscioso, non voluto tragitto dal protettivo buio della tana intrauterina all'arrivo alla luce che spietatamente illumina la nostra nudità ed accoglie il nostro gri do di terrore.
Ed anche il tema del letto (= il caldo grembo materno) e del mattino con il risveglio, gravido di eventi minacciosi, è ben presente nella produ zione letteraria di Kafka.
«Quando Gregor Samsa si svegliò un mattino da sogni inquieti, si trovò trasformato nel suo letto in un mostruoso insetto», così comincia «La metamorfosi», il racconto lungo più famoso di Kafka. L'aprire gli oc chi, il venire alla luce, comporta dunque un tale orribile cambiamento di stato, che esporrà il protagonista all'emarginazione disgustata da par te dei suoi cari fino all'inevitabile annientamento.
Ed ecco l'inizio de «Il processo»:
«Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., senza che avesse fatto nulla di male, una mattina fu arrestato»: il destarsi, l'uscire dalla protezione del sonno alla luce del giorno, comporta l'immediato impatto con un'a zione ostile, l'inizio di un breve, intenso calvario che porterà Josef K. ad essere sgozzato come un cane.
Il tema del letto domina infine quell'autentico delirio infernale e umi liante insieme che è il racconto-breve «Un medico di campagna». Qui è il medico stesso ad essere svestito e messo a letto con il malato al cui capezzale era stato chiamato.
Se si riflette che l'anno di stesura del racconto è il 1917, l'anno di rivelazione della malattia polmonare che porterà Kafka alla morte, non si può non vedere una sorta di doppio nella figura del medico/paziente e sentire tutto l'amaro dramma di chi si vede senza via d'uscita: abban donato, beffato, imbrogliato (questa parola è ripetuta due volte alla fine del racconto) dalla vita stessa.
Senza pelliccia - nella fretta di tornare a casa (= salvarsi) il dottore l'ha lanciata nella neve invece che nella carrozza - con le redini sciolte e un cavallo legato a malapena, il medico già presente, l'imminente scac co, l'impossibilità del ritorno, improvvisamente vecchio, spodestato, «nudo ed esposto al gelo» (e questa è ormai la nudità del cadavere, pendant perfetto di quella del neonato).
Resta infine da commentare un ultimo paradosso, questa volta, ovvia mente, letterario: come può un autentico cancerino come Kafka scrivere una «Lettera al padre»? Che questo j'accuse sia l'ennesima provocazio ne/sfida di questo uomo al contrario, deciso a sottrarsi pur sempre ad ogni tipo di classificazione, anche quella dell' Astrologia?
Se nella vita il bersaglio della lotta esistenziale di Kafka è la donna, nell'arte il suo avversario è l'uomo. In tutte le opere di Kafka la presen za femminile è irrilevante, domina invece l'uomo, che viene analizzato in due opposti registri. C'è il livello basso, dalla canaglia ottusa e bestia le, i manovali del crimine e della violenza, come, ad esempio, i due ese cutori dell'assassinio di Josef K. alla fine de «Il processo», o il servo, scaturito dal nulla, de «Il medico di campagna» che con animalesca bru talità si accinge, assente il dottore, a possedere Rosa, la giovane fantesca di casa; e c'è quello alto, autorevole del padre - giudice - direttore avvocato. Non si tarda a capire che pure essi, seppur in maniera più mascherata e subdola, incarnano un principio di violenza, commettono dei crimini, già per il fatto che si sono fatti strada, hanno raggiunto il successo, il potere, necessariamente calpestando e soffocando le più de boli risorse dei loro eventuali avversari.
Dalla loro parte è il diritto, la LEGGE ed anche Kafka, che non è un ribelle, si inserirà in questa realtà per necessità storica.
Nato a Praga, capitale del regno di Boemia, nel periodo finale del l' Impero austro-ungarico, ebreo in mezzo ad una maggioranza slava, al levato in scuole di lingua tedesca, si laureerà in Diritto proprio per poter far parte, della macchina burocratica dello Stato, della LEGGE appun to. Ed egli diventerà un funzionario coscienzioso ed apprezzato nell'Isti­tuto parastatale di Assicurazioni contro gli Infortuni sul Lavoro per il regno di Boemia. (!)
Resi esperti dei comportamenti cancerini intuiamo che questa totale sottomissione non è adesione, ma totale estraneità, negazione e disgusto, forse il necessario scotto da pagare per dar via libera alla forza creativa, alla sua seconda, vera attività e motivo di vita: l'essere scrittore.
Allo stesso modo interpreterei il suo rapporto con il padre. Il fatto che Kafka non abbia mai deciso sul serio (solo negli ultimi mesi di vita - quando tutto era ormai perduto - prese casa a Berlino con Dora Dia mant) di rendersi indipendente e che abbia accettato di convivere e dun que subire tutto l'umiliante confronto con la forza vitale e dittatoriale del padre, sembrerebbe rientrare in quel meccanismo di regressione nel proprio lo privato (ricordate il Cancro solstiziale?), di ostinata resistenza passiva che si esalta e si fortifica proprio a contatto con le condizioni più ostili.
Di fronte al padre/padrone/marito/maschio, quasi incarnazione della legge ebraica, Kafka reagisce col sentimento/risentimento di una donna, della vittima designata, dell'elemento debole che deve cadere, soccombere.
Ma più in quella lettera Kafka elenca le sue debolezze di figlio, le sue mancanze e incapacità, più si dilata, fino al grottesco, al disumano, la figura schiacciante del colosso possente del .padre.
Ma è bene che sia cosi. Il fallimento, l'assenza di rapporto col padre - dopo l'espulsione della madre, c'è la repulsione del padre - il senso di estraneità in seno alla famiglia e di assoluta orfanità sono condizione necessaria per un'altra vita, per un'altra dimensione: solo così Kafka può concentrarsi e far perno su se stesso, votandosi completamente alla lette­ratura.