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Mito Greco e Astrologia

I segni di Acqua

INTRODUZIONE
AcquaUltimo incontro, ultimo gruppo di Segni appartenenti allo stesso elemento: L’ACQUA.

Ma perché per ultimi, diranno i suscettibili nostri “acquatici”?. Si sa che le acque fanno presto ad agitarsi.

Semplicemente perché, a partire dall’equinozio di primavera, questa è la successione degli elementi nello Zodiaco, successione che comunque rivela - come d’altra parte tutto il discorso astrologico - la superiore armonia del tutto.
Adottando questa successione, infatti, si creano delle polarità tra i Segni che sono considerati affini tra loro, e cioè FUOCO E ARIA, ACQUA E TERRA, per cui nello Zodiaco sempre un Segno di FUOCO (Ariete - Leone - Sagittario) si oppone ad un Segno di ARIA (Bilancia - Acquario - Gemelli) e sempre un Segno di TERRA (Toro - Vergine - Capricorno) si oppone ad un Segno di ACQUA (Scorpione - Pesci - Cancro).

Un’opposizione dunque che non significa rivalità, ma, proprio all’incontrario, dialettica e superiore integrazione, armonia e finale unità nella diversità.

Last not least: ultimi, ma non per ultimi, si presentano a noi i Segni d’Acqua e per la pregnanza dei loro miti e per la complessità stessa dell’elemento a cui appartengono.

C’è forse elemento più vario, più universale, più proteiforme, più sorprendente, più metamorfico dell’Acqua?

Ci sono acque dolci e acque salate, acque correnti e acque stagnanti, acque sotterranee e quelle che si ergono maestose, sotto forma di ghiacciai, oltre il limite delle nevi perenni.

E all’interno di queste grandi suddivisioni, quanti universi visivi si dilatano!

Ecco il rivo ciangottante con il ciottolo alpino, il torrente con le sue brusche variazioni di portata, la cascata con le sue rapidi pericolose e i laghi e i fiumi e i mari e gli oceani e la pioggia che batte

“... sulla favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.”

Ah, come fa parlare bene la pioggia il Pesci D’Annunzio!

Insomma l’Acqua assedia il mondo, si insinua in ogni piega della Terra, ma si spinge anche fino al cielo, per precipitare di nuovo giù - e guai se non lo facesse! - come già dicemmo a proposito del Segno dell’Acquario.

E distogliendo gli occhi dall’universo per portarli più quotidianamente ... in cucina, come non ripetere il concetto di questa quasi ansiosa necessità dell’Acqua di aderire, di prendere la forma del recipiente nel quale viene versata?

Nature mimetiche dunque questi Segni d’Acqua, nature proteiformi, nature che si sottraggono ad ogni tentativo di fissarle, di capirle, di conoscerle.

Nature estremamente complesse ed enigmatiche (almeno per tutti i Segni che non siano d’Acqua), affascinanti ed inquietanti insieme.

Ma non ci sarà solo del thrilling a movimentare questo nostro ultimo incontro, perché i miti legati a questi ultimi tre Segni ci presentano anche una straordinaria novità rispetto ai miti finora incontrati, una novità da teatro greco che si incarna in un personaggio forse non a tutti noto: quello del paredros.

Letteralmente la parola significa “colui che siede accanto” (parà = accanto - èdra = posto, sedile, seggio) e che accompagna, come un dio-servitore la dea o la divinità di cui è una specie di emanazione.

Il paredros è evidente nella coppia Afrodite - Eros, di cui parleremo a proposito del Segno dei Pesci. Eros, che così come noi lo conosciamo può essere considerato una creazione della fantasia greca, è figlio di Afrodite e sta solo accanto a lei.

Ma c’è anche una più arcaica e complessa figura del paredros: quella di figlio o sposo della dea madre e, in origine, l’uno e l’altro; al limite colui che fecondava la dea e dopo averle consacrato tutta la sua virilità, moriva o veniva evirato.

Ma anche negli altri due miti, quelli legati al Cancro ed allo Scorpione, si muovono coppie che riproducono questo strano rapporto fra due, completamente disuguali, eppure fatalmente inseparabili; il piccolo granchio accorre a difesa della mostruosa Idra, attaccata da Eracle; così come il piccolo scorpione ucciderà il gigante Orione.

L’atmosfera che si respira in questi miti è carica di tensione perchè come non mai sono messi in campo, in azione, complessi e pulsioni ab-normi, mostruose, nel significato primitivo della parola “monstrum” = prodigio, portento, segno ammonitore della volontà divina.

Tutti questi tre Segni devono misurarsi con il loro mostro e si capisce perché non parlerò questa volta di somatizzazioni, giacché loro hanno già un fantasma, ospite fisso.

E si capisce anche perché poco fa ho parlato di teatro greco, di quel luogo cioè dove venivano rappresentati, in una sorta di seduta psicoanalitica collettiva, i meccanismi, le pulsioni i complessi più profondi e inesprimibili della psiche umana.

Per fare il teatro, per avere il dramma e la pluralità delle reazioni bastano, come dice Borges, due personaggi: e qui eccovi tre coppie di protagonisti che disvilupperanno i nodi della nostra psiche. Il paredros dunque non è un doppio, ma un vero e proprio deuteragonista.

Ma chi dei due domanda e chi risponde?
Cercheremo di scoprirlo assistendo allo spettacolo.


IL SEGNO DEL CANCRO
( 22 giugno - 22 luglio )

L’uccisione dell’Idra di Lerna, il terribile serpente acquatico dal corpo di cane e con nove teste serpentine, un mostro talmente velenoso che il solo suo respiro poteva uccidere, costituisce la seconda fatica di Eracle e non per niente la palude di Lerna si trova a due passi dalla città di Argo e a quattro da Nemea, teatro della prima impresa dell’eroe, di cui abbiamo parlato a proposito del Segno del Leone.
Colpisce che la contiguità delle due fatiche si ripeta nella contiguità dei due Segni del Cancro e del Leone nello Zodiaco. Segni unici ed eccezionali fra tutti, in quanto - come già dicemmo a suo tempo (prima conferenza) - sono sede esclusiva dei due Luminari: il Sole ha domicilio in Leone, la LUNA ha DOMICILIO in CANCRO.

Cancro

Se il Leone è forza attiva ed estrovertita, teleologicamente operante e prepotentemente egocentrica - il Leone s’affatica per affermarsi/confermarsi sovrano del mondo - ; il Cancro è forza passiva ed introvertita, multilaterale e multidirezionale, quasi morbosamente egocentrica, eppure senza stabile centro.

E’ la Luna che governa il Cancro, che lo illumina; la Luna, regina della notte, che dà corpo alle ombre, più vive dei mortali ormai immersi nel sonno. E, se non dorme, la ragione sonnecchia nel Cancro, dove è invece l’emotività a dilagare, così come l’intuizione e l’eccitabilità per tutto ciò che è singolare, eccentrico o dai contorni imprecisi.

E’ proverbiale d’altro canto l’accanimento del Cancro nel definire l’indefinibile e il suo sforzo di ricondurre tutto ad una logica superiore, proprio lui che è la quintessenza dell’umoralità e dell’istintualità.

Da qui la particolare tensione che il tipo Cancro sprigiona, la sua speciale, quasi febbricitante dinamica esistenziale, piena di forti contrasti e irrisolte, perché irrisolvibili, contraddizioni.

Una natura dunque soprattutto tentacolare e suggestionabile, eccessiva ed incontrollata, per niente debole - anche se ama dipendere - e capace di trattenere nelle sue spire (il granchio si sta trasformando in un polipo!) ogni frammento o fantasma di realtà (per il Cancro questa è una distinzione irrilevante), subito dilatati a realtà universale e vissuti per questo con una intensità, una carica (scarica? - il granchio si sta trasformando in una razza) emotiva semplicemente straordinaria e non emulabile dagli altri Segni.

Si potrebbe proprio dire che la caratteristica fondamentale del tipo Cancro è questa capacità di mitizzare la realtà. Il Leone s’accontenta di mitizzare se stesso, ma il Cancro non ha una personalità, una identità definita, e dunque è di volta in volta lui stesso il mito che si crea e che sta vivendo, quel mito che ha inventato ieri e che domani reinventerà.

Che cosa aggiungerà il mito greco a questo mitomane e mitografo nato?

Ritorniamo alla palude di Lerna.

Dicono che nessuno mai ne abbia potuto misurare la profondità (e non è il Cancro insondabile e in-comprensbile proprio per questo?).

Dicono che essa comunichi con l’Ade (il Cancro come lastra sensibile del subconscio collettivo?) e che Dioniso si fece risucchiare dalle sue acque immote per poter trarre dal Regno dei Morti la madre Semele (il destino del Cancro che deve continuamente e in ogni luogo ricercare la madre?).

Dicono...Dicono...

Di sicuro c’è che qui vengono gli omicidi a purificarsi (Cancro come la coscienza sporca del mondo?) e che oggi Eracle si cimenterà con il mostro (Cancro come principio femminile assoluto, antagonista fatale del maschio?).

Come si districherà l’eroe da questo mostro a nove teste? Riuscirà a mozzarle tutte in una volta, rompendo così l’incantesimo che le vuole eternamente in grado di rinascere se troncate una per una?

Dalla nostra barchetta lungo il canneto costiero assistiamo, non visti, al portentoso scontro. Eracle vacilla, gli arti avvolti nelle potenti spire dell’Idra, ma non cessa di menare i suoi fendenti e scagliare frecce di fuoco.
Che a farlo cadere basti un niente?
E un granchio si vede uscire dall’acqua e precipitarsi, aggressivo e determinato, sul piede muscoloso dell’eroe, dove affonda le sue chele.

Stizzito, Eracle schiaccia sotto il tallone l’inatteso nemico e contemporaneamente trova lo scatto per sferrare il colpo finale all’Idra (Cancro ec-centrico e intempestivo nei suoi interventi, col rischio di provocare il contrario di quello che voleva?).

Era, nemica giurata di Eracle, premia il coraggioso sacrificio del granchio elevandolo, come segno di eterna lode, nella costellazione omonima dello Zodiaco.

Che cosa ci rivela questo mito dell’Idra di Lerna e del granchio suo paredros?

Ci conferma in ciò che abbiamo già intravisto sulle caratteristiche del Segno e cioè che il tipo Cancro sfugge ad ogni identificazione psicologica, pur offrendoti singoli e chiarissimi aspetti personali.

In questo senso almeno interpretiamo le tante teste dell’Idra: in queste teste si incarnano le valenze mitopoietiche del Segno, che si ingrandiscono e si complicano a tal punto da far perdere il controllo.

Il Cancro rischia di venir schiacciato per voler difendere il suo mito = la sua Idra = il suo problema psicologico, troppo grande rispetto a lui.

Per la donna Cancro questo problema può essere quello della maternità e del rapporto con l’uomo. Alla fine, in genere, ella si sottometterà - certo dopo una bella lotta - all’Eracle di turno (è pur sempre un eroe, temuto e rispettato) e diventerà una sorta di super-madre (è una protetta di Era e sotto il dominio della Luna), un po' soffocante e pur sempre tentacolare.

Ma l’uomo Cancro, attanagliato più di tutti gli altri dal complesso edipico, cosa dovrà fare?

Votarsi tutto all’“Idra materna” e attaccare alle spalle il padre (Eracle), rischiando di essere annientato con una pedata ... oh, anzi, ahi!, certamente no!

Meglio non farlo ed inventare una mitica ritirata.
E detto questo e prima di scendere dalla nostra barchetta, siamo poi sicuri di individuare nel piccolo granchio il paredros dell’ Idra?

O non è forse proprio l’incontrario e l’Idra soltanto una proiezione ingigantita del suo complesso?

Tipico colpo di scena da Cancro!


IL SEGNO DELLO SCORPIONE
(23 ottobre - 21 novembre)

Che portento nel portento! Siamo riusciti a sganciarci dal Cancro/Idra - per reazione mimetica anche il commento s’era fatto quasi inesauribile, senza fondo e, soprattutto, senza punto fermo -, ed eccoci allo Scorpione che ci dimostrerà...tutta l’aleatorietà del nostro sospiro di sollievo.

Il mito dello Scorpione si condensa sulla possente figura di Orione, il più grande, il più bello, il più straordinario cacciatore che l’umanità ricordi e che, nel delirio della sua onnipotenza, osò vantarsi di poter uccidere tutti gli animali che Madre Terra avesse partorito.

Scorpione

Come non mai è esplicito in questo mito il tema, così caratteristico del pensieroreligioso greco, della HYBRIS = e cioè di quell’atteggiamento di orgoglio illimitato che è il peccato dei peccati, la radice di ogni male, perché significa passare a forza - che sia questa la violenza, la prepotenza, la prevaricazione tutta psicologica che il tipo Scorpione è in grado di esprimere? - i limiti segnati all’uomo dagli dei e dalle leggi.

Da qui il risentimento degli dei, invidiosi di quest’uomo che si crede così potente e al sicuro, e di conseguenza la loro punizione, anche a distanza di generazioni; punizione che qui, nel mito, viene impersonificata dallo scorpione che ucciderà con il suo velenoso pungiglione il temerario cacciatore.

E come non mai è chiaro in questo mito il tema del paredros, che abbiamo adottato come fil rouge di questo nostro ultimo incontro, giacché esso splende proprio sopra le nostre teste, sulla volta stessa del cielo (vedete anche qui l’impavida iattanza del nato in Scorpione).
Nel cielo popolato di costellazioni dalla fantasia degli antichi, la costellazione zodiacale dello Scorpione ( vi ricordo che le costellazioni zodiacali sono quelle che si snodano lungo l’eclittica) si trova in esatta opposizione a quella di Orione, fuori dall’ eclittica. Più precisamente Orione si trova testa a testa con la costellazione zodiacale del Toro, con cui, guarda caso, lo Scorpione instaura sempre legami potentissimi, e taglia, con la sua cintura di cacciatore, tempestata di scintillanti stelle, l’ Equatore celeste ed è perciò visibile sia nell’ emisfero boreale che in quello australe. Da gigante qual è, Orione stende le sue braccia e le sue gambe su una porzione enorme del cielo (circa 600° quadrati).

Ma è altrettanto interessante sapere che la costellazione di Orione è la più magnifica di quante si possono ammirare nelle terse notti invernali. Manilio, cultore di Astrologia ai tempi di Augusto, lo chiama il “dorato Orione” e lodando la sua brillante lucentezza ci dice che quando Orione sale all’ orizzonte, la notte sembra vestirsi del chiarore del giorno.

In realtà l’astronomia ci ha rivelato che Orione non è la più grande costellazione del cielo, ma che sembra tanto grande proprio per la lucentezza delle sue stelle.

Essendo, come già abbiamo detto, esattamente contrapposto allo Scorpione, quando Orione tramonta ad occidente, lo Scorpione nasce ad oriente e gli antichi furono attratti da questa eterna vicenda stellare (Orione è fra le costellazioni più antiche, citata da Omero e da Esiodo e nota già ai Babilonesi).

Il contrasto tra il gigantesco Orione e il piccolissimo Scorpione ripeteva eternamente una scena di fuga che assomigliava molto ad uno scontro mortale e a noi viene immediato il desiderio di arrivare alla chiave di lettura di questo singolare duello.

Anche qui le domande da fare sono sempre le stesse.
Viene prima il complesso o la persona che lo vive?
E la funzione di paredros segue un criterio di fisica grandezza, che omologa quello dell’ importanza dei ruoli, oppure no?
E’ ormai evidente che nei due miti del Cancro e dello Scorpione il complesso è rappresentato dal mostruoso (l’Idra) e dal gigantesco (Orione). Ma oltre questa consonanza ci sono profonde differenze tra i due Segni.

C’è quella di ambientazione: la palude di Lerna, per il granchio, la terra intera per Orione (autoisolamento denso di premonizioni per il Cancro; desiderio irreprimibile di conquistare ogni spazio di manovra per lo Scorpione?).

Ma c’è una ancor più grande differenza tra i due: il granchio è un alleato dell’Idra (impossibilità del tipo Cancro di arrivare alla conoscenza razionale di sé?); lo scorpione rappresenta la volontà superiore degli dei=il FATO, o più modernamente la coscienza morale di Orione, in diretto antagonismo con lui e in grado di annientarlo, di vincerlo nel suo stesso orgoglio.

Ma riuscirà mai ad emendarsi un nato in Scorpione?
Oppure, come ciclicamente sulla volta del cielo va in onda il “ciak, si gira!” di un’ eterna fuga e di un’eterna memoria di colpa/morte/punizione, egli può essere proprio chiamato il recidivo dello Zodiaco, l’ostinato peccatore, che sempre cade e sempre risorge?

“PECCA FORTITER”= pecca ancora di più, giacché devi peccare che ne valga almeno la pena; a questo invitava il grande ribelle e scismatico della storia della Chiesa di Roma, lo Scorpione Lutero, l’Anticristo, colui che ha fatto della colpa il fulcro di una nuova Chiesa e di un nuovo credo.

L’Astrologia, ponendo in SCORPIONE il DOMICILIO DIURNO di MARTE, sottolinea l’aggressività estrovertita di questo Segno che nulla teme e che non ammette resistenze (niente è per lui difficile, niente è impossibile). Segno forte, perché risoluto a non abbandonare mai la lotta, Segno sprezzante d’ogni tabù, con un gusto particolare della distruzione e che, al limite, si crea da sé le proprie sconfitte (se non è il fato a dargli una mano), quasi per tenersi in allenamento per i prossimi cimenti.

E comunque una cosa è certa: lo Scorpione/Orione è un gigante luminoso, anche se rischia di diventare un po’... ingombrante per tutti quelli che vivono intorno a lui.

E che ci racconta in proposito il mito?
Il mito di Orione presenta numerose ed anche sostanziali varianti già per quanto riguarda la sua nascita.

Effetto dell’azione di depistaggio dell’Acqua, che, fingendo di aderire, più facilmente scorre, scivolando via?

C’è dunque chi lo fa nascere da Posidone e da Euriale, figlia di Minosse (toh!, ricompare il Toro); ma c’è chi ha elaborato una storia più complessa, legata alla città di Tanagra, nelle vicinanze di Tebe, dove viveva l’ospitale Irieo.
Una sera Irieo accolse in casa sua tre viandanti che, all’indomani, si rivelarono essere Zeus, Posidone ed Ermes.

Per sdebitarsi della squisita ospitalità essi gli chiesero quale fosse il suo più grande desiderio.

“Avere un figlio!” disse il gentil Irieo, “ma sono ormai troppo vecchio per sperarlo ancora”.

Ma niente è impossibile per gli dei.
E così le tre divinità orinarono in un otre, fatto della pelle di un...toro sacrificato, ed ordinarono ad Irieo di sotterrarlo.

Fu così che, dopo le lune regolamentari, nacque il non proprio regolare Orione, il bellissimo gigante, appassionato di caccia e, se dobbiamo badare al mito, dotato degli attributi dei suoi triplici padri divini.

E così il tipo Scorpione possiederà il senso del sociale di Zeus (ma anche l’amore per le gonnelle); la sottigliezza mentale di Ermes (ma anche l’abilità nel mentire); la vasta, cangiante umoralità del dio del mare (ma anche la sua permalosità).

Dopo un’infanzia e adolescenza solitarie, Orione, atletico e bellissimo, si fa invischiare in molte storie d’amore, in cui predominano i temi della passionalità, della violenza, della gelosia, della vendetta.

Il mito greco conferma dunque la fama di straordinari amatori dei nati in Scorpione. Essi aggiungono infatti alla macchina perfetta del loro corpo una pulsione erotica per così dire totalitaria, giacché tende, nei suoi esiti estremi, ad annientare il/la partner.

Storie d’amore dunque dai percorsi tormentati e dalle conseguenze spesso drammatiche, come quella del suo innamoramento di Merope, figlia di Enopione, figlio - nientemeno - di Dioniso e Arianna.

La vicenda si svolge nell’isola di Chio, infestata da leoni, orsi e lupi, di cui Orione deve fare piazza pulita se vorrà ottenere la mano della fanciulla.

Ma, a compito ultimato, egli si trova davanti al voltafaccia del padre, che accampa scuse e pretesti perché in realtà innamorato della propria figlia (dove c’è uno Scorpione... c’è un tormentone).

Orione è livido di risentimento e una notte, ubriaco - chissà che vino in casa del figlio di Dioniso! - irrompe nella stanza di Merope e la costringe a giacere con lui.

Per questo sarà accecato dai Satiri di Dioniso, invocato da Enopione, e gettato sulla riva del mare.

Inizia così per Orione una serie di peregrinazioni: a Lemno, a Delo, a Creta fino ad arrivare sulle rive di Oceano, dove recupererà la vista guardando il sole. Questo favore lo deve ad Eos, cioè l’aurora, sorella del sole e che, naturalmente, si era innamorata del nostro infelice, ma pur sempre baldo giovinotto.

Ma fra tutte le storie d’amore, fu quella con Artemide la più carica di hybris.

Anche qui le versioni dei mitografi sono molteplici: osò Orione violentare la dea cacciatrice e vergine per definizione, oppure fu Artemide stessa che si innamorò di lui?

Eccitata dal clima delle comuni cacce, lei stava cedendo al fascino irresistibile di quell’eccezionale mortale e questo provocò la gelosia (o forse anche l’invidia di cui parlavamo prima?) di Apollo, suo fratello.

Ed ecco come Apollo architettò la morte di Orione.
Egli andò a riferire in modo distorto alla Madre Terra le vanterie dello sterminatore di belve, e Madre Terra rispose, buttandogli contro la furia di uno scorpione velenosissimo.

Per sottrarsi all’animale Orione si gettò in mare e quando non fu che un punto nero all’orizzonte, Apollo invitò Artemide ad esibirsi al bersaglio, insinuando che l’uomo al largo fosse il violentatore di una sua sacerdotessa. (Scorpione come provocatore e vittima dei suoi stessi guai; Scorpione a cui si consiglia di... non spingersi troppo al largo?).

L’epilogo tragico è inevitabile: Orione muore, trafitto dalla freccia d’oro della sua amata, che ottenne da Zeus di averlo almeno nelle costellazioni del cielo.

Ma nel cielo, come sappiamo, finì anche lo scorpione (in un’altra versione, come abbiamo detto all’inizio, è proprio la puntura dello scorpione ad uccidere Orione), longa manus di Madre Terra che in tal modo vedeva ripristinato l’equilibrio della natura e ribadito uno dei principi cardine della visione greca (essa non è dunque così antropocentrica come spesso si sostiene).

Riuscirà questo mito a farci rimeditare il nostro rapporto con la natura, e magari farci “recuperare la vista” = riconoscere la nostra colpa, la nostra hybris nei suoi confronti?


IL SEGNO DEI PESCI
(19 febbraio - 20 marzo)

Sì, siamo arrivati all’ultimo dei Segni d’Acqua, l’ultimo di tutto il ciclo delle nostre conferenze, l’ultimo di tutto lo Zodiaco.

Assisi al nostro banchetto ideale, lungo la Tavola Rotonda dell’eclittica, attendiamo con una certa curiosità e felice disposizione il dessert finale, quel dulcis in fundo che puntualmente arriva - potevamo deludervi? - con il mito che ai Pesci si collega: il mito di Afrodite, la dea panellenica del desiderio, della bellezze e dell’amore, e di suo figlio Eros.

Un leggero profumo di viole ci avverte che la coppia divina ha preso posto, l’uno accanto all’altra, sugli scranni d’oro rimasti fin qui vuoti, e tutte le cose sembrano tornare al loro posto e tutto s’acquieta e si rasserena.

Il mostruoso e l’abnorme si sono dileguati e l’apparenza e la sostanza non si confondono più tra loro.

La divinità è Afrodite - una corona d’oro rifulge sul suo capo, aggiungendo splendore allo splendore - ed Eros, il fanciullo, è il suo paredros.

Potenza di Afrodite! Potenza dell’amore, che a tutti vuole piacere e a tutti e a tutto piacevolmente si unisce.

Attorniata dalle Grazie e dalle Ore, la dea delle dee scambia ghirlande di fiori ed invita alla danza tenendoci per mano e ci sorride: Afrodite philommeidés, Afrodite “che ama il sorriso”.

Così la chiamano già Omero ed Esiodo. Ma quest’ultimo dà anche un’altra etimologia e cioè “colei a cui sono cari i genitali” (médea = genitale e non meidiào = sorrido).

Pesci

Secondo infatti una versione della nascita della dea, una versione che ebbe molta fortuna soprattutto nelle arti figurative fin dentro al nostro Rinascimento - chi non ha negli occhi la Venere Anadyomene del Botticelli, fluttuante sopra una valva di conchiglia? - Afrodite sarebbe nata dalla soffice spuma (àfros) del mare, fecondato dai geniali di Urano, evirato dal figlio Crono (ricordate che ne parlammo a proposito del Segno del Capricorno?).

Ma dalla discussione sul nome di questa divinità così universalmente potente - la ricerca etimologica sul nome è sempre una ricerca genealogica sulle origini - possono emergere altri dati interessanti di riflessione.

Intanto Afrodite nasce (non ri-nasce) dalle acque del mare, quasi a sottolineare la sua forza imperitura e non ciclica. Vista così ella è una incarnazione della dea-madre, e il suo culto è uno dei tanti dedicati alla fecondità della natura.

Ma è altrettanto vero che, nella sua fisionomia classica, ella si distingue dalle altre figure divine della medesima cerchia, perché l’elemento “desiderio” è stato esaltato rispetto all’elemento “fecondità”.

Afrodite è dunque la dea del desiderio amoroso per se stesso, indipendentemente dalla procreazione - quindi anche l’amore non corrisposto, e tutto ciò che suscita il desiderio : la bellezza, la grazia e le arti della seduzione. E poiché l’ammirazione della bellezza e il tormento della passione sono aspetti propri anche dell’amore omosessuale, Saffo e le sue amiche venerano Afrodite con la stessa devozione e forse con maggior intensità delle pie fanciulle di Cipro, il luogo d’origine del culto della “Signora”.

Come dice Omero nel quinto libro dell’Iliade sono “le opere desiderabili del gamos”, ovverosia dell’ unione in assoluto, al di là della istituzione del matrimonio e al di là della procreazione, le opere di Afrodite.

Il che certo non esclude, anzi i Pesci sono Segno fecondo per antonomasia, il pensiero della prole e la ricerca di un marito (i Pesci facilmente rifanno famiglia, anche quando divorziano).

E in epoca pre-classica, come abbiamo già detto nella nostra introduzione, lo stesso paredros di Afrodite era lo sposo-figlio con funzione di fecondare la dea una volta per tutte (Afrodite/donna Pesci come Ape Regina?).

L’Astrologia, ponendo in PESCI il DOMICILIO NOTTURNO di GIOVE, ma soprattutto accoppiandolo all’ESALTAZIONE di VENERE (parlammo di questo concetto “dell’esaltazione” a proposito del Segno del Toro), esprime bene questo carattere di dilatazione, di slancio operoso del cuore, di passionalità emotiva che connotano tutti i nati in Pesci, inesauribili ministri d’ogni arte di seduzione, solleciti esploratori di ogni fonte di piacere e di godimento.

Ecco perchè la donna Pesci è l’oggetto del desiderio in assoluto dello Zodiaco. Nei confronti del partner, infatti, ella non esercita la valutazione critica della venusiana Bilancia; né, come il venusiano Toro - vedete, stiamo confrontando i Segni “segnati da Venere” dello Zodiaco - si lascia indiscriminatamente travolgere dall’istinto sessuale; ma tutta si vota al superiore trionfo d’amore. Ella è Afrodite ed Eros insieme: l’arte di amare a tutti i livelli, in cui le seduzioni più raffinate (i Pesci sono degli artisti nati) si uniscono al più spontaneo erotismo.

Ma è tutto sempre così facile?
Per la risposta interroghiamo, e per l’ultima volta ancora, il mito.

l mito di Afrodite, che si collega al Segno dei Pesci, non è molto lusinghiero per gli dei immortali.

Ma, vedete, è proprio qui l’aspetto affascinante di questo Olimpo, di questi dei greci, su cui non si può mai dire nulla di preciso, perché se ora sembrano sovrani reggitori delle sorti di interi popoli, un momento dopo si trovano soggetti a tutte le miserie e a tutti i sotterfugi degli umani.

Questo mito, quasi un po' tragicomico - come, ahimé!, fin troppo spesso, tante storie d’amore - si svolge ora lungo le rive dell’Eufrate, ora lungo quelle del Nilo: un fiume comunque possente, vasto e travolgente come l’amore.

Si racconta dunque che Tifone, un mostro gigantesco ed orribile dalle cento teste di drago, figlio di Gea e del Tartaro e padre dell’Idra di Lerna (oh, che spavento!, che il mostruoso, cacciato dalla porta, stia rientrando dalla finestra?) si scatenò un giorno contro gli dei immortali, infestando cielo e terra.

Gli dei terrorizzati fuggirono dall’Olimpo e si precipitarono verso sud (Egitto o Mesopotamia, come si era detto) e infine non trovarono di meglio, per sottrarsi alle persecuzioni del mostro, che travestirsi da animali in vario modo.

Zeus divenne un ariete, Era una vacca, Apollo un cervo, Ermes un ibis, Artemide un gatto ... e Afrodite?

Afrodite con il suo piccolo Eros piagnucolante era per così dire più impacciata degli altri dei e aveva cercato di nascondersi tra le canne lungo la riva del fiume.

Ma quando il vento crebbe, cominciò ad avere paura e a non essere più sicura del suo fragile nascondiglio e allora perse la testa.

En passant vi ricordo che il nome “Tifone” può indicare il fumo di un vulcano in eruzione, ma anche il bruciante scirocco del deserto meridionale che fa impazzire la gente (e l’analogia con l’insania d’amore è immediata).

Con il suo piccolo in braccio Afrodite si mise a correre su e giù lungo il fiume, chiedendo aiuto all’Acqua finché, rompendo gli indugi, si lanciò tra i flutti.

Due pesci allora nuotarono incontro ai due affranti fuggitivi e li salvarono, facendoli salire sulle loro schiene lucenti.

La costellazione dei Pesci - due pesci che nuotano insieme, uniti per la coda da un nastro - brilla in cielo, dolce - ridente come Afrodite (è una costellazione assai debole) e ricorda per sempre quell’evento.

Cos’è dunque che sconvolge così tanto la dea dell’Amore, che non le permette neppure di camuffarsi, di trasformarsi, come tutti gli altri dei?

Ci resta ancora un’ultima chance, quella di interrogare il divino paredros: Eros, fanciullo men di quel che si crede.

L ’Eros dei Greci non è infatti il Cupido romano, innamorato della sua Psiche, o magari quello, bendato, della tradizione medioevale che tutti conosciamo.

L’Eros greco è ben lontano dall’essere una forza cieca e con predeterminazione e ben lucida mira scaglia le sue frecce e sommuove i cuori degli dei e degli umani. Egli tormenta persino sua madre, che si arrabbia e punisce l’insolente colpendolo con il sandalo.

Ma è chiedendo ad Eros i suoi “veri” natali - perché la storia del paredros sposo-figlio ci pare un po’ ambigua e poco convincente - , che possiamo forse arrivare al nocciolo psicologico della questione.

Narra dunque il mito che, quando nacque Afrodite, gli dei allestirono un solenne e sontuoso banchetto, a cui partecipò anche Poros, figlio di Metis (Poros = via, viaggio; Metis = intelligenza in quanto saggezza, capacità di consigliare, prudenza).

Alla fine del banchetto Poros, inebriato dal nettare bevuto (allora il vino non esisteva ancora), scese per riposarsi nel giardino di Zeus.

Fu allora che Penia (la povertà), che era venuta a mendicare gli avanzi di tanto banchetto, decise di mendicare da lui qualcosa di più consistente: un figlio.

Eros dunque ha una doppia natura: è contemporaneamente sempre povero, duro, aspro (come la natura della madre), e ricco di risorse, incantatore, sofista, desideroso di comprendere e conoscitore delle vie che a ciò portano (come la natura del padre).

Così Eros non è mai senza risorse (senza “vie”) e non è mai nel pieno possesso della ricchezza. Che sia questa la radice prima dell’epiteto con cui si connota nella nostra manualistica la donna dei Pesci: “la divina malcontenta dello Zodiaco”?

Ma la caratteristica più specifica di Eros è il suo movimento. Dotato di ali, egli è in continua, illimitata perlustrazione.

E non è propria del tipo Pesci l’ampiezza della sfera emotiva?
Come ultimo Segno dello Zodiaco e perciò depositario di tutti i Segni precedenti, il Pesci è veramente universale, onnicomprensivo e onnisciente in senso astrologico.

Eros vola tra cielo e terra, mentre Afrodite sorride assisa in trono, muovendo appena i fiori di oricalco e d’oro, pendenti dai lobi delle sue orecchie.

Che il fine e la funzione di Eros-paredros siano quelle di porgere alla madre l’anima e il corpo di colui che è rimasto sopraffatto dall’amore?

Ed è a questo punto che si insinua l’ultima paura, l’ultima minaccia, che il nostro Tifone probabilmente rappresenta. Quella dell’“impotenza”, intesa in senso lato come incapacità di soddisfare, in amore, le attese dell’altro. Un’ incapacità che può essere vissuta a livello attivo o passivo e che in fondo perseguita ogni atto d’amore, sia quello fisico che spirituale.

Giacché se l’amore è il sentimento di donarsi al massimo, cos’è quello che uno teme di più? Quello di non riuscire a farlo, di non darsi completamente all’altro.

E d’altra parte il donarsi assoluto richiede una risposta assoluta. Da qui il dubbio, l’inquietudine, l’angoscia che attanaglia ogni rapporto d’amore.

Solo i presuntuosi o gli ottusi possono essere convinti di soddisfare pienamente il partner, e i nati in Pesci , così compiacenti per natura e depositari delle gioie che vengono da Eros e da Afrodite, più di tutti gli altri Segni sanno che dove c’è amore, c’è anche bugia, inganno a fin di bene, vuoi per riguardo, vuoi per compassione, e sanno anzi che, forse, è l’Amore stesso la più grande delle bugie, la più grande delle illusioni.

E se tutta l’illusione creata dall’amore crolla, se si scopre che non si è riusciti a creare tutta la corresponsione necessaria per il trionfo di Afrodite, Afrodite fuggirà all’ultima verifica, sottraendosi al mostro.

Il singolare smarrimento della dea di fronte a Tifone, la sua rinuncia a vincerlo, ad annullarlo, magari facendo la bella statuina sulla riva del fiume, dimostrano che non c’è possibilità di ragionare, di organizzare le difese, quando l’amore non c’è più, quando si è arrivati all’ultima verifica del sì o de no.

 

Afrodite non vuole affrontare il suo mostro = avere la risposta negativa dall’esterno, preferisce inabissarsi, far perdere le proprie tracce, fluire, scorrere via fino alla prossima riva, quella dove la risacca batte i versi di Saffo e di Catullo:

“Mi sembra pari agli dei quell’
uomo che siede di fronte a te
e, stando vicino,
ascolta intento
mentre parli dolcemente
e amorosamente sorridi...”

Versi di struggimento e di esaltazione, di dolce e vaneggiante contemplazione, attorno alla quale nuotano, legati l’uno all’altro, i nostri duplici Pesci.