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Mito Greco e Astrologia

I segni di Aria

IL SEGNO DEI GEMELLI
(21 maggio - 21 giugno)

GemelliQuesta volta incominceremo con un approccio diverso, stimolati (provocati?) anche dall’elemento di cui tratteremo: l’ARIA, già di per sé sfuggente, impalpabile, diffusiva, insofferente di ogni contenimento. Per l’Astrologia l’Aria è in analogia con l’attività della mente, l’attività cerebrale, che è, fra tutte le altre funzioni del nostro corpo, quella che si lascia meno conoscere e definire.

Con questi Segni così intellettuali giocheremo perciò d’astuzia e, facendo finta di cedere di fronte alla loro superiorità dialettica e verbale, - sono autentici cultori della parola -, li acchiapperemo tanto meglio.

Utilizzeremo questa volta i glifi dei Segni ( *C Gemelli - *G Bilancia - *K Acquario ) opportunamente piegandoli alle nostre necessità.

Forse vi sarete chiesti da dove vengono questi simboli grafici, quando sono nati o, addirittura, se abbiano un senso.

Questi glifi risalgono all’Alto Medioevo, sono dunque già millenari, pur non vantando un’antichità classica, ed è evidente che rappresentano lo stadio conclusivo di un lungo processo di progressiva astrazione, un po' come è successo nella scrittura, dove dal segno geroglifico si è passati alla lettera dell’alfabeto.

Ma il glifo non è solo la sintesi finale di un processo grafico. Esso è anche una condensazione del significato del Segno e, in quanto tale, agisce come qualsiasi altro simbolo: esprime verità complesse ridotte a semplici linee.

Orbene, che ne direste di dare di nuovo sostanza a queste linee, facendo il cammino a ritroso e, andando contro corrente...d’aria - se non fosse giugno direi: “Chiudete le finestre!” -, ritornare verso una scrittura più concreta del glifo, una rappresentazione grafica in cui poter leggere in modo immediato l’essenza prima dei vari Segni?

E così, con l’ aiuto di una estrosa Gemelli, abile nel tener in mano la matita (le mani, come altri organi doppi - gli occhi in particolare, i polmoni - sono appannaggio speciale dei Gemelli), ho approntato per voi le interpretazioni visualizzate di questi tre Segni d’Aria.

Incominciamo appunto dai Gemelli.

Essi appartengono alla CROCE dei SEGNI DOPPI, o MOBILI (perché tra due stagioni) di cui si parlava la volta scorsa. Vi ricordate il Segno della Vergine con Kore-Persefone, sopra e sottoterra?

Orbene all’interno di questi Segni “doppi”, i Gemelli meritano la palma e l’alloro.

I Gemelli sono due - nel mito si parlerà dei Dioscuri, Castore e Polideuce, e il glifo dei Gemelli ( *C ) presenta due grandi linee parallele verticali, racchiuse da altre due linee parallele orizzontali.

Ho tentato di rappresentare il tema della convivenza fra due identità ben definite con l’immagine di due colonne ioniche, poggianti sul loro plinto, cioè sul loro basamento, e reggenti, con le loro eleganti volute, la trabeazione.

Se la scelta della colonna greca può essersi ispirata alla Plaka, che così confortevolmente ci ospita, la scelta dello stile ionico ha un altro motivo. Tra il maestoso dorico e il quasi manieristico corinzio, lo stile ionico è la virtù del giusto mezzo, elegante ed essenziale, disinvolto, ma sempre formalmente ineccepibile, come succede ai veri Gemelli.

Ma guardiamo insieme un po' meglio: qual è la funzione primaria, inventata dal genio greco, delle colonne e della trabeazione? Quella di alleggerire le strutture architettoniche, di far passare ARIA dove prima c’erano delle pareti chiuse. Ma le colonne devono essere sempre almeno due, se no la trabeazione non è stabile, se no è impossibile costruire qualcosa di stabile.

Allora fissiamo bene il concetto (ve l’avevo pur detto che son Segni questi che...fanno pensare): l’elemento base dell’architettura greca, il modulo secondo cui si comporranno tutti gli edifici sarà questo: due colonne poggianti su una base e portanti una trabeazione.

Analogamente il tipo Gemelli non dice mai parole in-fondate, nel senso che con le parole fonda sempre qualcosa: egli è l’architetto della parola, il che naturalmente non equivale a dire della verità. Il suo discorso fila via sicuro come un fresco colonnato e voi alla fine non capite più se il perimetro del tempio sia già stato tutto percorso e quante volte.

Non per niente il Segno dei Gemelli è DOMICILIO NOTTURNO di MERCURIO (l’Ermes dei Greci), Mercurio dal pie’ veloce, alato messaggero degli dei a cui neppure gli Inferi sono preclusi, Mercurio abile ingannatore, dallo sguardo sfavillante di malizia.

Ma accanto alla visione illusionistica l’architettura ha, come tutti sanno, una seconda anima: la funzione statica.

Ora dunque i Gemelli/Colonne come assolvono questa funzione di sostegno?

Nel modo più dialettico e libero, si potrebbe dire, in pieno spirito di democrazia. Le colonne infatti sono tutte di uguale altezza e della stessa importanza. Ed è qualità tipica dei Gemelli la co-esistenza paritetica, la mutua dipendenza, l’intesa perfetta e inscindibile.

Certo, pur sostenendo, i Gemelli non cessano d’essere Segno d’ARIA. E l’aria, intrisa di luce, la fa da padrona lungo il colonnato, dove l’ingombro per l’occhio è ridotto al minimo e la spazialità è simbiosi perfetta di pieni e di vuoti.

Senza volerlo si è così arrivati ad una caratteristica fondamentale dei Gemelli: essi non fanno mai muro = una struttura continua e compatta che delimita e blocca e che rimanda subito al concetto di chiusura, se non di ostilità o autodifesa.

Non solo dunque il Gemelli ama le strutture leggere, ma le vuole aperte al massimo. Psicologicamente parlando, tutto questo rappresenta l’apertura delle idee, del pensiero, della comunicazione tramite la parola.

I Gemelli dello Zodiaco rappresentano Castore e Polideuce (in latino Polluce), chiamati Dioscuri, i “kuroi, i giovani (figli) di Zeus”.

Ma date le circostanze eccezionali della loro nascita, non tutti i mitografi sono d’accordo se siano poi ambedue figli di Zeus. La loro madre Leda, regina di Sparta, nello stesso giorno si unì a Zeus, che aveva assunto per l’occasione le sembianze di un candido cigno, e al marito legittimo, il re Tindareo.

Tutte e due le unioni dettero frutto (a dire il vero quelle degli dei danno sempre esito positivo) e Leda mise al mondo quattro figli, due coppie di Gemelli - vedete come tutto si confonde e si moltiplica? - :Polideuce ed Elena (la futura Elena di Troia) nacquero dall’amplesso di Zeus e dunque erano immortali, mentre Castore e Clitennestra (che sgozzò il marito, Agamennone, reduce dalla distruzione di Troia) nacquero da Tindareo, mortali da un mortale.

Castore e Polideuce crebbero in strettissima, profonda intesa ed amicizia tanto da diventare inseparabili. Non solo dunque vestivano allo stesso modo, ma pensavano all’unisono: essi non litigarono mai e niente intraprendeva l’uno senza che l’altro non fosse d’accordo.

L’unica differenza era la loro specializzazione nelle arti marziali: Castore divenne un famoso cavaliere e guerriero (insegnò ad Eracle l’arte della spada), Polideuce un imbattibile pugile (vi ricordo che lo sport del pugilato era appannaggio dell’aristocrazia).

Essi parteciparono alla spedizione di Giasone e degli Argonauti per il recupero del Vello d’Oro e fu soprattutto sull’avventurosa via del ritorno che salvarono a più riprese la nave dalla tempesta. Da allora divennero i protettori sul mare, i soccorritori contro i pericoli della navigazione, dotati, per accrescere la velocità dei loro interventi, dei cavalli, dono di Posidone, ma anche di ali di rondine con cui si lanciano, sibilando, attraverso l’etere.

La loro fausta presenza sulla nave prima della imminente tempesta era individuata nei cosiddetti “fuochi di S. Elmo”, bagliori di elettricità cheappaiono sulle punte delle alberature delle navi. Se c’era un solo fuoco (il “ fuoco di Elena ” ) tutto invece era perduto, assieme alla speranza.

Come finì nella costellazione dei Gemelli, anche lì strettamente abbracciata per l’eternità, questa coppia solidale e impareggiabile?

Essi si dovettero cimentare con un’altra coppia di gemelli, loro rivali in
amore, e nello scontro Castore fu ucciso.

Vi ricordate di quello che vi dissi a proposito dei Capricorni che si dividevano tra quelli “alla Zeus” e quelli “alla Pan”? Qualcosa di simile vale anche per Castore e Polideuce, per quel che riguarda la fortuna in amore. I Gemelli fatti “alla Castore” avranno spesso di che preoccuparsi, perché destinati a soffrire, e non poco, per pene d’amore.

Che differenza dunque di influsso tra i due Domicili di Mercurio nello Zodiaco! Nella terrestre Vergine, come abbiamo visto la volta scorsa, esso imbriglia e convince all’ordine; negli aerei Gemelli esso agisce senza alcuna finalità pratica, e quasi si scatena ( e non è il mercurio chiamato “argento vivo”?) nell’esplicare le sue innate qualità.

Da qui la curiosità di conoscere, di apprendere, di sperimentare dei Gemelli. E’ una curiosità infinita (= senza confini) e indifferenziata, ovverosia senza “partito preso”, che può facilmente sfociare in un nulla di fatto, in un eclettismo fine a se stesso se, benignamente, non vogliamo chiamarlo dispersivo e inconcludente.

Ma se si giudica così - e quanta manualistica insiste su questo dato di futilità, di superficialità, di mosaico in fieri della personalità dei nati in Gemelli - si perde proprio la cifra più tipica e originale del Segno.

Vagabondo mentale, il Gemelli è un ambulante di idee, insofferente d’ogni meta, perché sinonimo di fine, di stasi, di morte.

Ci accorgiamo allora che con i Gemelli si chiude il PRIMO QUADRANTE dello Zodiaco, quello dei SEGNI PRIMAVERILI, quello degli impulsi primari e incoercibili; il che ci permette di fare una sorta di commento-riepilogo.

Se l’Ariete tutto si consuma nell’azione, se il Toro tutto si esalta nell’istinto sessuale, il Gemelli tutto si affida alla parola, che tutto ( e il contrario di tutto ) spiega, tutto collega, tutto considera.

Per il nato in Gemelli tutti hanno diritto di parola e anche il più modesto balbettio viene da lui incoraggiato. In questo senso il Segno dei Gemelli è il Segno più civile e democratico dello Zodiaco: così come è interlocutore infaticabile, il Gemelli è allo stesso tempo un ascoltatore infinitamente paziente e sollecito.

Infine, considerando la sua posizione all’interno dello Zodiaco, in opposizione con il Segno del Sagittario - così cominciate ad esercitarvi ad una visione più articolata dei Segni - potrei spingermi a dire che, naturalmente secondo i suoi registri , il Gemelli potrebbe essere considerato l’altro “buono” dello Zodiaco.

Certo la sua bontà non sarà quella del pio Chirone, soccorrevole curatore delle ferite dei mortali, maestro e salvatore. Più modestamente, più sommessamente e fuori d’ogni ruolo, il Gemelli è un compagno di viaggio (il viaggio della vita), è un amico fraterno, un amico di quella razza che sempre più ci accorgiamo essere rara.

Per lui infatti la gioia di dare è sempre più forte della paura di perdere. Egli sa far regali e regala con assoluta naturalezza (dire “generosità” sarebbe già da Sagittario), proprio come negli Inni Omerici leggiamo di Ermes che dona ad Apollo, per farlo contento, la lira dai suoni prodigiosi e da lui stesso inventata.

Insomma il buon Gemelli è dotato di una inattaccabile mitezza: come infatti detesta gli arroganti, così considera l’orgoglio cugino di primo grado della prevaricazione. E in tutto lo Zodiaco solo il Gemelli - ma non sono due? - riesce ad offrire uguale devozione all’amico e al nemico del suo amico e senza che nessuno, in tutto questo, si senta tradito.

Polideuce, inconsolabile per questa perdita, implorò da Zeus l’immortalità anche per il fratello gemello. Zeus esaudì il desiderio e dispose che, naturalmente sempre uniti, un giorno dimorassero nell’Olimpo e un giorno sulla terra nella loro tomba eroica.

E così si riconoscono anche le linee orizzontali del glifo: l’una delimita il cielo, l’altra la terra.

E, in mezzo, i due Gemelli, gli immortali a giorni alterni.


IL SEGNO DELLA BILANCIA
(23 settembre - 22 ottobre)

Con la Bilancia siamo all’equinozio d’autunno, alla metà esatta cioè del percorso annuale del Sole attraverso le costellazioni dello Zodiaco.

La posizione che occupa la Bilancia è dunque molto particolare e importante, giacché costituisce una sorta di punto prospettico di tutto lo Zodiaco, un’equidistanza assoluta tra il passato (i primi sei Segni) e il futuro (i rimanenti sei), la prima e la seconda metà dell’anno astrologico, così come nel giorno dell’equinozio si attua la metà esatta del giorno con le sue 12 ore di luce e 12 ore di notte.

Bilancia

Quasi per sottolineare la natura astratta, di valutazione e di giudizio della Bilancia, questo Segno è l’unico che si riferisce ad un oggetto inanimato (la bilancia, appunto, che pesa e soppesa anche il milligrammo di polvere): gli altri undici Segni rappresentano infatti degli esseri viventi, animali o persone che siano.

Ma, vi chiederete, quale mito si collegherà ad un Segno che ha per emblema un oggetto inanimato?

La risposta è: nessuno. Sì, avete capito bene: nessun mito greco si collega alla Bilancia, anche in questo eccezionale, fuori schema e, da vero Segno d’Aria, pienamente contro-corrente.

E come è successo?

Potrei cavarmela con una battuta e dire che la Bilancia non ha bisogno di mito: è essa stessa un mito; dal che potreste capire a quale Segno appartengo io.

Ma al mio pubblico attento tutto ciò non basterebbe ed eccovi dunque il punto storico su questa atipica situazione.

La porzione del cielo che noi oggi indichiamo come la costellazione della Bilancia era occupata una volta dalle chele dello Scorpione e i Greci infatti chiamavano questa zona del cielo “Chelai”. I Segni individuati lungo l’eclittica erano dunque per il mondo Greco soltanto undici.

E chi di voi passeggiando qui a Padova- città tempio dell’Astrologia, perché possiede, nel palazzo della Ragione, il più grande ciclo astrologico a livello mondiale - avrà dato un’occhiata un pochino attenta allo splendido orologio astronomico in Piazza dei Signori, inventato da Giovanni Dondi verso la metà del XIV secolo e ricostruito un secolo dopo, avrà notato che il Segno della Bilancia non esiste, esiste invece un enorme Scorpione, che si estende per 60° di ampiezza angolare e le cui chele occupano il posto della Bilancia.

Come si presentano, oggi, le cose da un punto di vista astronomico, la
Bilancia è una costellazione un po' più grande dello Scorpione, ma meno evidente.

Dal punto di vista della storia dell’Astrologia la Bilancia è il più recente e dunque il più giovane Segno dello Zodiaco, la cui prima menzione risalirebbe - secondo Tolomeo ( II secolo d.C. ), uno dei padri fondatori dell’Astrologia - all’anno 236 a.C.

Ma è solo nel I secolo a.C. , presso i Romani, che essa diventa Segno zodiacale stabilmente riconosciuto. Per i Romani infatti la Bilancia aveva una particolare importanza, dato che, al momento della fondazione di Roma, la Luna si sarebbe trovata in questo Segno.

Secondo Manilio, attivo sotto Augusto, esso avrebbe avuto il nome “Bilancia”, perché al momento dell’equinozio autunnale giorno e notte si tengono in equilibrio, cioè si bilanciano.

Tuttavia secondo alcuni studiosi i Romani...non avrebbero inventato niente, avrebbero solo ripreso una denominazione molto più antica e trascurata dai Greci.

Sembra infatti che già presso i Sumeri, circa 2000 anni a.C. questa porzione del cielo si chiamasse Zib - ba - Anna e cioè la “Bilancia del Cielo”.

Secondo quest’ottica si potrebbe dire che i Romani hanno fatto rinascere un Segno che già c’era prima dei Greci.

Ma i Romani pur qualcosa fecero e non di poco conto.
Giacché la Bilancia rappresentava un oggetto, essi si premurarono, col realismo che li connotava, di darlo in mano a qualcuno che lo usasse degnamente.

Fu così che si diede un bel taglio alle sproporzionate chele dello Scorpione e, trasformatele in piatti della bilancia, si diede in mano questo strumento all’altro Segno contiguo: la Vergine.

E poiché la Vergine era identificata dai Romani come Dike, la dea della giustizia - i Romani, come si sa, sono stati gli “inventori del diritto”- la Bilancia nelle sue mani divenne la “Bilancia della Giustizia”.

Dal che si capisce che con la Bilancia bisogna sempre stare attenti: se non vi pizzica lo scorpione, vi pizzica la giustizia!

Ecco che, per necessità, al posto del mito abbiamo presentato un po’ di storia... vera. Ma è sorprendente come anche questa si presti benissimo ad una interpretazione psicologica del Segno.

Un Segno che per suo destino oscilla tra la natura *F Vergine=imbrigliata, disciplinata, rigorista (ma con tutte le oscure pulsioni che la inquietano, come abbiamo già visto) e la natura *H Scorpione, un Segno che conosceremo nel nostro ultimo incontro, e che - lo vedete già nel suo glifo, pendant perfetto di quello della Vergine - è sinonimo di ribellismo, carica distruttiva, atteggiamento contestatore e caustico, tipico di chi, vivendo sempre all’erta, facilmente si impenna=agita minaccioso il suo pungiglione velenoso.

Sono le circostanze esterne a far pendere i piatti della Bilancia dall’uno (Vergine) o dall’altro lato (Scorpione).

Bilancia come Segno di RE-AZIONE, essendo nello Zodiaco contrapposta all’Ariete, Segno dell’AZIONE?

Da qui dunque le famose docce fredde della Bilancia: odio e amore - e come Segno del DOMICILIO DIURNO di VENERE, quanto vorrebbe amare ed essere amata! - si danno il cambio, si alternano, anche per un nonnulla, così come il volere e il disvolere.
Ma se è vero che, davanti alla scelta, la Bilancia sembra un ideale terreno di coltura di ogni tipo di dubbio, perplessità ed esitazione, è altrettanto vero che, quanto ha deciso, lo converte in una ferrea monocoltura.

Ed è questa drasticità, questa intransigenza, che essa, come Segno equinoziale, condivide con l’Ariete.

Di per se stessa però la Bilancia non vorrebbe mai scegliere, perché ogni scelta è scompenso. Come sarebbe bello librarsi, fuori dalla mischia, nel perfetto equilibrio dei due piatti!

Ma questa dimensione, come si capisce, è quasi impossibile da vivere, anche se resta la meta suprema di ogni nato in Bilancia, che spera allora di realizzarla attraverso l’arte e l’amore: le uniche realtà gratuite, e per così dire contemplative che la vita ci concede.

Abbiamo dunque capito che la Bilancia è il massimo della labilità e il massimo della staticità e il solido geometrico - oggetto chiama oggetto - che ben la può rappresentare è la SFERA.

Nella sfera infatti ogni punto può essere un punto fermo, d’equilibrio, ma la sfera in sé non è in equilibrio in nessun punto.

Come siamo lontani dal senso di spazialità portante delle colonne/Gemelli, così siamo lontani anche dal concetto di temporalità: passato e futuro sono sentiti dalla Bilancia come entità che... fanno perdere l’equilibrio. Quanto è meglio l’ hic et nunc ( =il qui, ed ora ), il “fermati, sei bello!” che come non mai s’attaglia a questo Segno.

L’estetismo, il culto del Bello, della Perfezione e dell’Armonia sono infatti componenti fondamentali del Segno, sicuramente realizzabili, in ultima analisi, solo nell’arte. L’amore infatti, pur così importante per questi nati sotto Venere, è soggetto al divenire, all’“umano, troppo umano” dell’altro (sono le parole di un grandissimo Bilancia: il filosofo e poeta Friedrich Nietzsche).

Siamo dunque lontanissimi dalla Venere Genitrix del terrestre Toro: qui governa la Venere celeste, Afrodite Urania, per dirla con le parole di Platone (Simposio)

Ed in verità la Bilancia guarda sì, prima di tutto, la silhouette dell’anima, ma cerca di completarla anche con la bellezza fisica. I guai nascono, e fin troppo spesso, quando non riesce in questo suo intento.

E per chiudere con una nota di Astrologia medica, vi segnalo che alla Bilancia si fanno corrispondere i reni, organo-filtro per eccellenza, in cui si elimina non solo ciò che è nocivo, ma anche ciò che è superfluo. Quale miglior analogia per ribadire la natura discriminante, esigente, selettiva dei nati in Bilancia?

Quale glifo rivitalizzato ho da offrire alle Bilance presenti? Sarà all’altezza delle loro aspettative?
E’ un sole splendente che si staglia sull’orizzonte. Non ci è dato capire se stia salendo o tramontando, ma possiamo ammirarlo in tutto il suo splendore di sfera dorata, fulcro di quella “Bilancia Cosmica” da cui dipende l’equilibrio del mondo.

A buon intenditor, poche parole.


IL SEGNO DELL’ACQUARIO
(20 gennaio - 18 febbraio)

E dopo l’eccezione che conferma la regola del Segno della Bilancia (e notate quanto di Bilancia ci sia in questa coincidenza degli opposti), recuperiamo a grandi passi il mito e spingiamoci subito lontano, sulla piana più famosa della cultura greca: la piana di Troia, la Troade del re Troo, padre di Ganimede, protagonista del mito dell’Acquario.

Non è certo la desertica piana, arsa dal sole, in cui Schliemann cercò e trovò la sacra Ilio, e che al suo occhio acuto non aveva altro spettacolo da offrire che acquitrini disseccati con milioni di cadaveri di rane in decomposizione.

E’ una Troade ricca e fertile che dobbiamo immaginare, cui si accede da un’ampia baia, sulle cui estremità, come torri naturali, si ergono i promontori del Capo Sigeo e del Capo Reteo.

E’ una Troade in cui branchi di cavalli portentosi sfrecciano nel verde brillante, mosso dal vento, e pini e querce e salici e pioppi argentati accompagnano, svettanti, le rive sinuose del Simoenta e dello Scamandro.

Ovunque un brulichio di attività e scambi commerciali. Le nere navi a quel tempo scaricavano le loro merci sulla riva costiera o, addirittura, si spingevano su per i fiumi navigabili.

Ovunque armenti al pascolo, campi ricchi di messi, filari di sapida uva e alberi carichi di frutta.

Una specie di paese del Bengodi e, come sempre in simili paesi, allegre brigate di sfaccendati, intenti a chiacchierare, a ridere e a guardare dietro alle belle ragazze e... ai bei ragazzi.

Eh sì, perché, come ben sapete, i Greci non avevano le inibizioni morali della religione giudaico-cristiana, che colpisce con fulmini e saette l’amore omosessuale, ma erano assai tolleranti, quando non esaltavano, come faceva Platone, l’amore omosessuale come forma più naturale e superiore a quella fra i sessi diversi.

Immaginiamoci dunque di essere anche noi in mezzo a quelle felici contrade, all’ombra della rocca di Troia che si eleva, alta e minacciosa, alla confluenza dei fiumi vivificatori.

Ma cosa arriva giù, rotolando e sussultando, per gli erti viottoli che scendono dalla reggia sopra la città?

Un cerchio, un cerchio di quelli con cui giocano i ragazzi.

E dietro ad esso, chi viene, ancor più leggiadro, appena coperto dalla sua tunichetta svolazzante, guance accaldate e riccioli d’oro al vento, da far venire l’acquolina in bocca ai vecchi buongustai?

Proprio lui: il più bello di tutti, Ganimede, figlio di sua maestà, il re di Troia.

E, meraviglia delle meraviglie, è anche solo, senza guardie e servitori che il padre, ben conoscendo i gusti dei suoi sudditi, gli metteva sempre alle costole.

Ma quel giorno qualcosa non aveva funzionato e il cerchio era sfuggito dalle mani del ragazzo e il ragazzo era sfuggito alle sue guardie.

Ecco dunque il bellissimo Ganimede che corre dietro al cerchio.
Non l’avesse mai fatto! Perché lontano all’orizzonte, sulla vetta del monte Fengari, sull’isola di Samotracia - quella vetta che più tardi, durante la guerra di Troia, sarà il palco reale dal quale Posidone si godrà lo spettacolo - su quella vetta insomma, in quel pomeriggio limpido e azzurro, sta il padre di tutti gli dei, Zeus in persona, che, stanco di compagnie femminili, già da tempo aveva addocchiato il leggiadro fanciullo.

In cosa trasformarsi?
In un toro lento, come per Europa, certamente no! Dunque un volatile, ma non un cigno dal languido occhio e dai piedi palmati, come in quella visitina a Leda, da cui originarono i Dioscuri di prima!
No! Qui ci vuole altro. E padre Zeus assume le fattezze di un’aquila, il sovrano dei rapaci, dallo sguardo acuta e dagli artigli a tenaglia.

Zeus è già qui, rapido come una saetta, e l’ombra delle sue ali oscura la terra e quel fanciullo ignaro che, all’improvviso, si sente afferrato e tirato su.

Rapidamente la terra s’allontana e il cerchio barcollante diventa sempre più piccolo.

Ritroviamo Ganimede sull’Olimpo, dove Zeus, che, con tutta la disinvoltura morale che avevano i Greci, non poteva tuttavia ostentare la sua relazioncina, aveva affidato al giovinetto un compito ineccepibile: far da coppiere agli dei (in un primo momento Zeus aveva vagheggiato di tenerlo in esclusiva) e allietare con la sua presenza ogni banchetto.

Acquario

Il padre e i buongustai di Troia dovettero accontentarsi d’ora in poi di guardare il bel Ganimede, anche se molto da lontano, come costellazione dell’Acquario.

Non c’è tempo da perdere! Bisogna intervenire prima che quello riprenda il suo cerchio e la via del ritorno.

Chi è dunque, psicologicamente parlando, un Acquario?

E’ uno che passa dalla terra (la terra della Troade) al cielo (l’Olimpo) senza soluzione di continuità, un fanciullo concupito dalla vita e che non crescerà più, fissato come è nella sue eterna ed ancora acerba giovinezza.

Fuori da quell’amore di Zeus, da quel compito di servizio collettivo del badare che i calici degli olimpii non restino vuoti, sarà stato felice Ganimende della sua sorte, si sarà mai interrogato sul suo insolito destino?

Poteva diventare un signore della terra e si ritrova a galleggiare tra le nuvole - a proposito, che sia per questo, che gli Acquari hanno le caviglie deboli? Non le usano infatti quasi mai! -, a lasciarsi vivere, così come gli eventi, le circostanze che lo sovrastano (Zeus) hanno voluto.

Ma in fondo per l’Acquario non ha senso parlare di” felicità personale”, di autodeterminazione: la vita è ben al di là e al di sopra dell’angusta parola “Io”.

Ecco perché Ganimede/Acquario non si oppone al rapimento: esso era nelle cose, né più né meno del suo cerchio.

E’ innata dunque nell’Acquario l’attitudine a travalicare i confini, anzi per un vero Acquario i confini non esistono per nulla o si dilatano in scansioni cosmiche. Come è significativa a questo proposito la domanda che l’Acquario Boris Pasternak, in una celebre sua poesia, rivolge ai ragazzi, affacciandosi alla finestra della sua stanza:
“Quale millennio, cari,
abbiamo in cortile?...”
La realtà è dunque un immenso tutto e il verbo essere s’addice compiutamente solo al creato che è, che esiste nella continua osmosi di tante particelle isolate (l’uomo, la pietra, il fiore...) che concorrono insieme a creare il tutto.

Fuori dall’occhio di Zeus e dal cin-cin degli altri dei dell’Olimpo, Ganimede è solo, ma la sua non è una triste solitudine. E al di là della quotidiana partita ai dadi con Eros, un altro fanciullo che frequenta il palazzo e che non sa come ammazzare il tempo, egli passa le sue giornate a pensare, a sognare quietamente e sempre daccapo il suo sogno sovra-umano.

Tolto alla terrestrità e al padre per forza maggiore - è forse questo, ricordate il Capricorno?, il senso del DOMICILIO NOTTURNO di SATURNO in ACQUARIO - Ganimede si trova a frequentare il cielo; e come, sulla terra, con ignara naturalezza era il figlio del re Troo, così ora, in cielo, riveste i panni del protetto di Zeus.

L’Acquario non è un uomo, è una soluzione umana, spesso è un prestanome; sempre spiazzato, sempre altrove, sempre estraneo e sempre disponibile, è l’assente - presente dello Zodiaco.

Per questo vive così bene nella collaborazione e della collaborazione, al limite, come Ganimede, non bevendo dalla coppa con cui disseta gli altri.

Inutile dunque cercare l’uomo “vero” nell’Acquario. Egli per definizione è un adolescente cui non è dato crescere.

Nell’Acquario d’ogni giorno, quello “cresciuto” per necessità, l’effetto Ganimede si può concretizzare in una compresenza di opposti ruoli esistenziali: davanti al mondo si recita un ruolo “impegnato”, generalmente autorevole e di prestigio, in una parola “serio” (come vuole Saturno?); fuori dagli occhi del mondo, nel privato, si sta fermi all’età dell’adolescenza, o almeno non si cessa di sognarla, di riviverla, irresistibilmente attratti da tutto ciò che è negazione di ogni codificazione, smentita del luogo comune, voglia di far correre la mente su e giù per le vie dell’assurdo.

Da qui l’originalità del tipo Acquario, il suo gusto speciale per il non sense e il paradosso - l’autore di” Alice nel paese delle meraviglie”,

L’Acquario Lewis Carroll, era contemporaneamente il professore di Logica matematica Charles Dodgson al Christ Church College di Oxford - il suo amore infine per il teatro, dove la finzione diventa realtà, anzi, la quintessenza della realtà.

E come per gli altri Segni tenteremo anche qui di interpretare il glifo.

Invece che le due linee parallele a zig-zag del simbolo, un’onda marina, sovrastata da una nuvola. Due realtà diverse, isolate, separate, che nulla sanno l’una dell’altra, ma che invece appartengono ad un unico, vitale ciclo naturale: quello dei processi di evaporazione dell’acqua, della sua condensazione nel cielo sotto forma di nubi, per essere nuovamente - e con tanto profitto - riversata sulla terra sotto forma di pioggia.

Questa immagine ci rivela con lineare immediatezza un altro sorprendente significato. Intanto il nome stesso del Segno: “Acquario”, così ambiguo e spiazzante, se non esplicitamente dissociante. L’Acquario è infatti Segno d’ARIA, che però ci parla dell’ACQUA.

Ed è proprio questa l’Aria speciale dell’Acquario, un’aria impregnata di umidità, e in questo senso fertile (di idee, di contatti, di rapporti, di relazioni) e che rimanda ai processi universali e ad un destino di riconversione e di donazione.

Se con i Gemelli si parlava di scambio paritetico tra gli uomini attraverso il potere suadente della parola, e con la Bilancia di attitudine a definire le regole supreme dell’armonia del mondo, con l’Acquario si salta questa visione per così dire antropocentrica = dell’uomo che, in quanto essere pensante, è distinto dalle cose.

L’uomo Acquario comunica direttamente col cosmo, tanto da arrivare a non distinguere più se sia lui ad annullarsi nel cosmo o il cosmo a travasarsi tutto in lui.

Resta l’atto del versare, resta il nostro coppiere, ora non più semplice coppiere degli dei, ma coppiere del mondo.