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Mito Greco e Astrologia

I segni di Fuoco

IL SEGNO DELL’ARIETE
(21 marzo - 20 aprile)

Il mito, o meglio, i miti collegati all ’Ariete parlano di viaggi e di violenze, di rischi impavidamente affrontati e di sacrifici altrettanto impavidamente perpetrati.

Il primo mito parla del giovane Frisso, figlio del re della Beozia e di Nefele, dea delle nubi, che per sottrarsi alle angherie di Ino, sua matrigna terrestre, è costretto a lasciare la sua terra fuggendo in volo su un magico Ariete; il secondo parla di Giasone, che per rientrare in possesso del trono di suo padre (Esone, re di Iolcos, nella Tessaglia) accetta la proposta dello zio usurpatore: andare cioè nella Colchide e riconquistare, riportandolo in patria, il Vello d’Oro.

Ariete

E’ dunque l’Ariete dal Vello d’Oro che fa da trait d'union tra questi due miti. Nel mito di Frisso è la bestia splendente e prodigiosa che Nefele manda in dono al figlio perché possa liberarsi dai pericolosi intrighi della matrigna terrestre; e sarà in groppa all’animale che Frisso compirà la trasvolata del mare Egeo, su, su, fino al mar Nero, fino alla Colchide (l’attuale Caucaso) dove l’Ariete stesso chiederà/ordinerà di ucciderlo, giacché solo circonfuso della sua magica pelle Frisso potrà sposare la figlia del re della Colchide.

E dopo il viaggio attraverso l’aria, ecco il viaggio per mare. Non più un viaggio solitario, ma una vera e propria spedizione sulla prima nave che prese nome dal suo costruttore: Argo (con design esclusivo della stessa Atena) e con a bordo il fior fiore degli eroi del tempo: i cinquantadue Argonauti.

Come non vedere già gli influssi del pianeta che governa il Segno dell’Ariete e cioè Marte, che non teme cimenti e pericoli, e che anzi presume di dar sempre spazio alla sua libido?

Ma procediamo con ordine ed esponiamo più in dettaglio i miti fin qui solo accennati.

Torniamo dunque in Beozia, entriamo nella reggia della città di Tebe, penetriamo nelle stanze della regina, Ino, la seconda sposa del re, e ascoltiamo con orrore le sue calunnie per disfarsi dei due figli di primo letto del re: Frisso ed Elle. Essi sono la causa della carestia che sta devastando la regione e devono essere sacrificati: questo è il responso dell’oracolo delfico. China il capo il re, rassegnato, e non sospetta neppur lontanamente il complotto.

Ma il giovane Frisso è all’erta e supplica la madre divina di salvare i suoi figli.

Ed ecco comparire l’Ariete dal Vello d’Oro, ecco che Frisso gli salta in groppa e con lui la sorella minore, Elle; ecco che già ci si libra tra le nubi e si inizia la trasvolata verso l’ignoto.

Guarda Frisso avanti, pilotando il suo Ariete, direzione nord-est, affonda Elle le sue mani delicate nella folta lanugine del fatato animale, s’agita il mare in lontananza, splendente e muto per i fuggitivi.

Al silenzio quasi innaturale si aggiunge il caldo tepore del corpo dell’Ariete: Elle sta per addormentarsi, le sue mani allentano la presa e cade in mare, in quel tratto che da lei prese il nome: il mare di Elle, l’Ellesponto, l’attuale stretto dei Dardanelli, al confine tra l’Europa e l’Asia.

Un attimo e la tragedia e il sacrificio si sono compiuti. Da solo dunque
Frisso raggiungerà la Colchide e affronterà il secondo sacrificio, quello del suo stesso salvatore. Ma come abbiamo già detto, quel Vello d’Oro è pegno di nozze regali e con solenni cerimonie verrà appeso nel sacro recinto di Ares ( e cioè Marte, il “signore” del Segno dell’Ariete ), presidiato da un formidabile drago che mai s’addormenta.

Zeus, per onorare ed eternare la memoria dell’Ariete dal Vello d’Oro, lo innalzò in cielo, nella costellazione che da lui prese il nome e con la quale ha inizio tutto il ciclo dello Zodiaco.

L’Ariete è dunque la prima delle dodici costellazioni che si distribuiscono lungo l’eclittica, il primo Segno zodiacale, diremo ora, tenendo conto della precessione degli equinozi che non fa più corrispondere Segno zodiacale e costellazione.

Segno di inizio, Segno dell’equinozio di primavera, Segno di pionierismo per antonomasia. E’ l’ariete infatti che guida il gregge, ben in vista, coraggiosamente allo scoperto, solitario precorritore di nuove strade, infaticabile esploratore di nuove vie.

L’Astrologia, ponendo MartE in domicilio notturno in questo Segno di Fuoco, accoppia l’impulsività e l’energia creativa (libido) del pianeta alla fiamma della folgore che drasticamente scatena le prime piogge primaverili.

Marte in Ariete vede esaltato al massimo il suo impulso all’azione, la sua volontà di comando, che è profondamente istintiva, primitiva, primordiale e, in buona sostanza, del tutto irrazionale.

L’Ariete dà il meglio di sé quando c’è da lottare: l’impedimento lo esalta, lo galvanizza (vien da ricordare le porte dei castelli medioevali, buttate giù a colpi...d’ariete). Egli non teme sfide, non teme rischi, non teme pericoli (non li vede nemmeno) e si butta tutto sull’ostacolo, senza valutare i pro e i contro, sicuro che la vittoria sarà sua.

Anche questa fiducia nelle proprie forze è tipica dell’Ariete e, come vedremo, comune a tutti i Segni di Fuoco, certo con gradazioni diverse, proprio conforme alle diverse stagioni che a questi Segni corrispondono e in analogia ai diversi pianeti che li governano.

La fede di cui arde l’Ariete è vissuta quasi a livello inconscio: egli ama l’azione per l’azione ed è instancabile nello sperperare il suo patrimonio vitale. D’altra parte non può sottrarsi al richiamo dell’avventura e dunque osa ciò che, razionalmente, potrebbe apparire inconcepibile.

In questa inflazione quasi guerresca dell’Io, che tutto può e tutto vuol dominare (anche la sua stessa paura ed angoscia), non c’è posto per i valori femminili, intimi, passivi, docilmente remissivi.

Ecco spiegato il ruolo di Elle all’interno del mito di Frisso. Elle rappresenta la parte femminile di Frisso, che egli avrebbe voluto salvare fuggendo dall’invadenza di un altro femminile, quello materno.

Ma per andare dove va lui, verso l’ignoto, verso quella terra sconosciuta che lo rivelerà a se stesso, egli deve sacrificare ogni legame che lo possa trattenere e depistare dai suoi intenti. Come lascia la sua terra d’origine - il balzo nel futuro si può fare solo seppellendo il passato -, cosi lascia Elle, seppellendo la propria emotività giù, giù, nel profondo del mare, nel profondo dell’anima.

Urge arrivare alla meta, al potere, alla conquista della figlia del re, ma anche qui quasi inconsapevole strumento di un destino superiore: è l’Ariete stesso, infatti, ad imporgli il sacrificio, restituendolo alla nuova realtà ormai veramente tutto solo.

Caratteristica fondamentale dell’uomo Ariete, dominato dal virile Marte, è dunque anche questa lotta irrisolta, perché non raggiunge mai l’integrazione, col principio femminile.

Questo aspetto viril/marziano è ancora più marcato, e per così dire devastante, nel mito di Giasone.

Per riconquistare il Vello d’Oro egli dovrà ricorrere alle arti magiche di Medea, la figlia del re della Colchide, maga espertissima, incantatrice di serpenti, conoscitrice di ogni tipo di incantesimo e filtro.

E’ da qui che ha inizio il loro patto di nozze, che ben presto si trasformerà in una burrascosa vita a due.

Tornati finalmente in Grecia e messa su casa a Corinto, i due imborghesiscono e s’incupiscono.

L’antico amore si trasforma in odio e ripugnanza, e Giasone decide di lasciare Medea e sposare la figlia del re di Corinto. Il tradimento fa scattare la vendetta, sempre feroce, se non truculenta, di Medea. Ella donerà alla sposa una veste nuziale da lei stessa intessuta e pervasa di tutti i dolori sofferti: delusioni, gelosie e tormenti.

Sarà sotto il peso di questa veste che la giovane sposa (un pendant di Elle?) morrà, e Medea si sottrarrà all’ira di Giasone solo con la fuga - anche questa una fuga tra le nubi - su un carro tirato da mostri alati.

Che Medea sia l’Ariete al femminile? E cioè una donna perennemente inquieta, implacabilmente magnetica, eccessiva nell’amore come nell’odio? Sta di fatto che il mito ribadisce anche da questa angolatura la lotta distruttrice tra i due sessi, ovverosia la potenza distruttrice di Marte.

E Giasone?
Giasone, diventato re di Corinto, sente tutto il peso del potere e della cattiva coscienza e somatizza con un tipico disturbo da Ariete: una grave forma di insonnia.

E così tutte le notti cercherà rifugio sotto la sua nave Argo, ormai tirata in secco e messa con la chiglia in su, sulla spiaggia di Corinto.

E là sotto morirà, in quel grembo materno che nulla pretende e che anzi parla delle glorie intatte della sua avventurosa giovinezza.
“Era una notte buia e tempestosa”... la nave scricchiolò, squassata dal turbine, un pezzo di plancia si staccò, colpendo a morte Giasone.

Una morte violenta, sbrigativa, drastica e in un certo senso provocata: proprio come succede spesso ad un nato in Ariete.


IL SEGNO DEL LEONE
(23 luglio - 22 agosto)

Nella distribuzione dei sette pianeti della tradizione babilonese ( Sole - Luna - Mercurio - Venere - Marte - Giove - Saturno ) i LUMINARI, e cioè il Sole e la Luna, occupano un posto molto particolare.

Ciò è dovuto ad oggettive e incontestabili loro caratteristiche: essi sono i signori assoluti del giorno e della notte e, a differenza di tutti gli altri pianeti, hanno un moto regolarmente progressivo e unidirezionale. Pur procedendo con ben diverse velocità, essi infatti non entrano mai in “moto retrogrado”, risultando dunque gli unici elementi fissi, certi, per la regolamentazione del tempo.

Da qui l’importanza e l’eccezionalità dei due Luminari che, secondo la Teoria dei Domicili Planetari, si spartiscono lo Zodiaco in due emicicli, uno notturno e uno diurno, occupando, per quanto li riguarda, un solo domicilio: la Luna quello notturno nel Segno d’Acqua del Cancro, il Sole quello diurno nel Segno di Fuoco del Leone; mentre tutti gli altri pianeti hanno doppio domicilio.

Tutto questo per introdurre con degno rilievo il Segno di FUOCO del Leone, Domicilo del Sole. Un Segno che ha sempre goduto di un’ottima fama e reputazione.

Naturalmente la prima responsabile della sua esaltazione è l’Astrologia stessa che, sul filo di una tradizione ininterrotta, è sempre stata unanime nel lodare i nati nel fiero, regale, generoso, ingegnoso, passionale e potente Leone.

Ed è così anche per chi astrologo non è: le mamme si compiacciono di fronte al loro forte, esuberante leoncino (Eracle, del cui mito parleremo a proposito di questo Segno, ancora in fasce strangolò due serpenti ) e volentieri cedono alla sua felice prepotenza.
Si, è vero, tutti i nati sotto il Segno del Leone sono dotati di un’enorme energia, fisica e creativa, che li spinge ininterrottamente e senza incertezze di sorta ( proprio in analogia con il corso del Sole ) all’azione.

Questa forza è dunque “una forza operosa” che non solo non li affatica, ma che sembra autocaricarsi all’infinito ed è proverbiale la capacità di recupero di questo Segno di Fuoco del ... Sol-Leone .

E’ una forza monistica ed egocentrica, messa però al servizio di una meta prestigiosa e ambiziosa. Come il Sole che li governa, i nati in Leone vogliono risplendere di luce propria e non riflessa: essi sono sempre dei protagonisti sulla scena del mondo e, al limite, preferiscono non esibirsi se non possono farlo al meglio.

Natura orgogliosa e superba, incapace, proprio per questo, di meschinità e capace, proprio per questo, di sobbarcarsi ogni tipo di...fatica, di incarico, purché rivesta una certa importanza e responsabilità.

Niente difetti dunque? E’ tutto così splendido per i nati in Leone?

A rischio di venir accusati di lesa maestà sarà proprio dei difetti che parleremo, giacché il Mito di Eracle, che al Segno del Leone appartiene, parla proprio degli eccessi che questo Segno comporta e del fatto che lo sforzo,...la fatica più grande che i nati in Leone devono compiere, è proprio quella di dominare le loro stesse sovrabbondanti energie, incanalandole con giudizio e disciplina.

Con il Leone, punto mediano tra Ariete e Sagittario, siamo anche a metà percorso di un processo psicologico che riguarda il principio di identità e il problema dell’integrazione col mondo esterno. Se il Fuoco che anima l’Ariete è tutto istintuale (l’Ariete nulla sa di sé e affida al caso, all’avventura, la scoperta delle sue qualità) e per nulla integrato col sociale (l’Ariete è un leader che gira le spalle alla massa, accettando anche il
sacrificio, ma mai deflettendo dai suoi propositi); il Fuoco del Leone è prepotentemente individuale ma, a differenza dell’ Ariete, già integrato socialmente. Il Leone sa di possedere molteplici doti e si dà da fare a dimostrarlo, e a se stesso e al mondo. Per lui l’azione equivale sempre ad impegno tenace, sforzo accanito, attraverso cui conquistarsi il diritto di essere riconosciuto capo, sovrano.

Il problema del Leone è dunque un problema di controllo delle sue stesse energie, pena il deragliamento negli eccessi: dalla generosità alla megalomania, da fiero a collerico, da re a despota.

Ed eccoci al mito che ci racconta di Eracle e dell’uccisione del Leone che terrorizzava la città di Nemea nell’Argolide.

E’ questa dunque una delle dodici fatiche di Eracle, fatiche che l’eroe deve sobbarcarsi per conquistarsi un posto nell’Olimpo.

Egli infatti è sì figlio di Zeus, ma non, com’era facile supporre, di Era, sua legittima consorte.

Suona dunque quasi una beffa il nome “Eracle = la gloria di Era”, perchè Era sempre lo detestò (ricordate i due serpenti? essi erano un “gentil dono” di Era) e sempre lo ostacolò, quale campione esemplare delle infedeltà del marito.

Certo, se intendiamo “gloria per mezzo di Era”, le cose possono risultare più accettabili, giacché fu per mezzo di Era, e cioè delle fatiche a cui ella lo obbligò, che Eracle poté dimostrare le sue qualità e la sua eccellenza.

Leone

Ma perché queste fatiche?

Era, gelosa dei continui successi e della fama sempre più vasta dell’eroe,
lo fece impazzire ed Eracle si macchiò di orrendi delitti, uccidendo i suoi stessi figli.

Già qui il mito apre le porte degli abissi psicologici del tipo Leone: proprio perché “superdotato” egli tende più di tutti gli altri Segni alla “dis-misura”, al travalicamento dei limiti. E la pazzia non è forse l’esito estremo di questo non riconoscimento del limite, la completa cecità del principio di realtà, la perdita della propria identità?

Quando rinsavì, Eracle si rivolse all’oracolo di Delfi per chiedere cosa mai dovesse fare per espiare. Solo allora, dicono alcuni, fu chiamato dalla Pizia col nome di Eracle, gloria di Era nel senso che la dea aveva finalmente trionfato su di lui, costringendolo ad umiliarsi, a riconoscere le sue colpe, a chiedere perdono.

Tutte le sue fatiche non sarebbero dunque che un lungo percorso penitenziale. Eracle sarà infatti costretto a mettersi al servizio del re di Micene, Euristeo, un uomo che reputava molto inferiore a sé e che era divenuto re per i favori di Era.

Per molti anni l’eroe dovrà ubbidire ai suoi ordini. Ora sarà mandato a sconfiggere mostri, ora a sfilare il cinto alla regina delle Amazzoni, ora a trarre dall’Ade il tricipite cane Cerbero, ora a ripulire certe stalle con un deposito trentennale di stabbio e di letame.

Infaticabile, l’eroe tutto supererà, armato della sua clava, munito di arco e frecce, pronto a por mano alla spada.

Ma per la prima sua fatica, quella che appunto è collegata al Segno del Leone, a nulla gli valse tutto questo armamentario, giacché lo scontro che fu chiamato ad affrontare, l’enorme belva che egli doveva uccidere e scuoiare, il portentoso Leone Nemeo, era invulnerabile, e al ferro e al bronzo e alla pietra.

La lotta fu dunque una lotta contro se stesso.
L’inservibilità degli strumenti “oggettivi”, materiali, e il corpo a corpo che ne seguì, esplicitano il senso profondamente personale, intimo, privato di questa fatica.

E’ la fatica di vincere=dominare le proprie stesse energie, disciplinandole e sottomettendole alla propria volontà cosciente.

Impresa eroica, per un nato in Leone, quella di ridimensionare se stesso, ma
un’impresa che ciascun Leone deve fare , prima o poi, nella sua vita.

Eracle soffoca il Leone Nemeo - il suo alter ego feroce che deve essere ridotto all’impotenza - oh, sublime autopunizione del nato in Leone! - con tutto il peso del suo corpo, inarcando la schiena e premendo il suo plesso solare sulla testa dell’animale.

Plesso solare, cuore, colonna vertebrale, tutti organi che l’Astrologia collega al Segno del Leone e in cui il nato in Leone tende a somatizzare.

Il mito si conclude con Eracle che scuoia il Leone (si noti: con gli stessi artigli della bestia = Eracle può contare solo su se stesso) e si ricopre con la pelle che lo renderà invulnerabile.

Questa invulnerabilità è un’invulnerabilità psicologica, una difesa cioè contro l’inflazione del proprio ego, e la sua acquisizione è preliminare per ogni altra impresa. Ecco perché questa è la prima e più importante fatica dell’eroe, degna dunque di essere eternata nello Zodiaco.


IL SEGNO DEL SAGITTARIO
(22 novembre - 20 dicembre)

I protagonisti del Segno del Sagittario ci portano d’un balzo molto indietro nel tempo, nella Grecia preolimpica dei Titani.

Sagittario

Sia il Centauro Chirone, sia Prometeo, che ad un certo punto del mito vedono intrecciarsi i loro destini, sono infatti discendenti di quelle antichissime divinità, che non avevano più culto nella Grecia classica, ma da cui comunque discendevano i nuovi dei olimpici, Zeus in testa.

Il Centauro Chirone è figlio di Crono e Prometeo è figlio di Giapeto, a loro volta figli di Urano e di Gea, ovverosia del Cielo e della Terra.

Probabilmente proprio per questi illustri genitori o per il suo buon carattere (vedremo infatti che il Sagittario sarebbe “il buono” dello Zodiaco) il Centauro Chirone era il migliore, anzi l’unico grande saggio tra i Centauri.

Essi infatti non erano che una masnada bestiale, non solo per il loro corpo mostruoso - fino all’ombelico uomini e per il resto cavalli - , ma per il loro comportamento rozzo e brutale.
Abitatori dei monti, sempre pronti a scagliarvi un masso in testa perché attaccabrighe di natura, essi sono sensuali fino al midollo, smodati ed osceni, soprattutto quando hanno bevuto qualche bicchiere in più.

Ma Chirone, che su di essi governava - almeno fin dove era possibile - ,Chirone, è naturalmente tutt’altro! Egli è la quintessenza della rettitudine e della bontà, dell’ordine e della legge. E’ colui che ha introdotto tra gli uomini il concetto dell’inviolabilità del giuramento e la venerazione degli dei, tutti e due caposaldi di ogni società civile. Per questa sua opera di civilizzazione dei costumi ebbe in dono da Zeus l’immortalità (per altri invece ce l’aveva già di suo, come figlio del re dei Titani).

Né è finita qui. Egli era anche abile cacciatore - Artemide stessa fu sua compagna nelle scorribande tra i boschi incontaminati e le alture più remote -; ottimo musico, con la cetra naturalmente; ed esperto guaritore, curatore di ferite in particolare.

Tutte queste sue conoscenze e qualità, egli le offrì agli uomini e per tutta la sua vita fu soprattutto un maestro, un educatore.

La caverna in cui abitava sul monte Pelio divenne una vera Accademia per i rampolli principeschi in cercadi una buona formazione. Da lui andarono Giasone, Achille ed anche Eracle (che però saltava le lezioni di musica), e fu dalla sua “scuola” che uscì il futuro patrono della Medicina: Asclepio, figlio di Apollo, il lenitore delle sofferenze umane.

E una vita tanto esemplare, tutta permeata di nobile umanità, doveva invece concludersi tragicamente.

Coinvolto senza sua colpa in un’ennesima bega tra Centauri, ferito accidentalmente e in modo insanabile, al ginocchio, da una freccia del suo stesso ex alunno, Eracle, che si dava da fare per arginare la violenza aggressiva di quei trogloditi, egli sarebbe stato condannato al dolore perpetuo giacché era immortale.

Si ricorda allora Eracle che con una buona azione (= la rinuncia all’immortalità) si può liberare Prometeo da un’altra condanna eterna: quella di starsene incatenato ad una roccia del Caucaso e farsi mangiare il fegato da un’aquila (a questo punto gli attenti ipocondriaci avranno già individuato dove somatizza il Sagittario). E così si propone a Zeus il baratto: Chirone rinuncia al divino privilegio dell’immortalità in cambio della liberazione di Prometeo.

Chirone, che ha fatto anche della sua morte un bene da offrire a chi soffre, viene premiato da Zeus che lo mette tra le costellazioni dello Zodiaco e Prometeo vede concludersi il suo lungo supplizio.

Ma prima di raccontarvi in che modo Prometeo se l’era meritato, voglio farvi alcune osservazioni astrologiche.

Il Sagittario è domicilio diurno di Giove e Giove non è che il nome latino di Zeus. Il pianeta Giove è il pianeta dell’ordine, dell’equilibrio, della legge: ecco perché il Sagittario è “naturalmente” portato agli studi della filosofia, delle religioni, del diritto.

IL FUOCO che alimenta la sua fede è dunque un fuoco coscientemente finalizzato a migliorare la società, a realizzare - ecco il dinamismo intellettuale ed organizzativo del Segno- il migliore dei mondi possibili.

Con registri più quotidiani si parlerà del Sagittario come d’un tipo rispettoso e cortese, con un’eleganza tutta sua (un misto di cerimonia e naturale schiettezza) nel seguire le regole della buona educazione. Amante dei viaggi, sportivo (c’è un cavallo che scalpita in lui!), il tipo Sagittario ha bisogno di spazi aperti dove poter degnamente, e a 360° , scoccare le sue frecce.

Nel mito di Chirone è ovviamente delineato il vertice dell’essere Sagittario: una cosa rara, se solo riflettiamo che attorno a Chirone, che ha del tutto sublimato la sua natura bestiale, si muove la turba plebea di tutti gli altri Centauri, dediti ai più triviali piaceri terrestri.

Per i Sagittari non direttamente discendenti dai Titani, il mito comunque delinea un problema di integrazione.

La natura duale del Segno, che il corpo del Centauro così esplicitamente visualizza, indica quale deve essere lo sforzo principale di chi nasce in quest’ultimo Segno di Fuoco: far crescere con equilibrio tutte e due le sue nature.

Fisicità e terrestrità, compresa l’acquisizione degli onori e del benessere materiale (il Sagittario ama il mondo e tiene alla sua opinione), devono correre parallele all’elevazione morale e spirituale, che si polarizza nell’esercizio della filantropia e nella difesa dei deboli.

Ed eccoci a Prometeo dove tutto si drammatizza.

Zeus esalta e premia Chirone, Zeus condanna e punisce Prometeo.

Eppure Prometeo è uno strenuo difensore dei diritti dei deboli, ovverosia di tutti gli uomini. E’ lui che, secondo alcuni, li ha creati, plasmandoli con l’argilla; lui che li ha salvati dal diluvio universale; lui che ha rubato il fuoco dall’Olimpo perché non fossero ridotti a mangiare tutto crudo.

Come potete notare, siamo arrivati a parlare, dopo la folgore e il solleone, libere forze della natura, del fuoco del focolare, fuoco umano per eccellenza, nato dall’ingegno degli uomini, utile e domestico.

Fu proprio quest’ultima impresa a scatenare l’ira di Zeus, per altro sempre beffato nelle sue disposizioni dall’astuta intelligenza del Titano.

Non per niente egli si chiama Prometeo, “colui che pensa prima” (ed ha un fratello sciocco: Epimeteo, “colui che pensa dopo”, vera coppia pendant di Chirone e i Centauri).

Come può l’intelligenza superiore, l’intelligenza che prevede e che è dunque in grado di proiettarsi strategicamente nel futuro (e a questo punto un altro parallelismo mi si presenta, con un altro attributo di Chirone che ho taciuto: le sue doti profetiche), andar d’accordo con l’ordine legale, magari ridotto a grigio burocratismo?

Prometeo incarna la sfida al potere, all’ordine, non per il gusto di un ribellismo sterilmente contestatore, ma in nome di un principio che è superiore alla legge stessa: il principio della libertà di pensiero e dunque del diritto alla critica, rivolto anche e soprattutto ai potenti.

Se Chirone è Titano nell’esercizio della pietà, Prometeo è Titano nella difesa dei diritti umani.

Facendolo incatenare al Caucaso (= in tanta malora) e facendogli rodere il fegato da un’aquila (l’aquila è simbolo di Zeus che finalmente riesce a “beccarlo”, anche lui), Zeus si illude di aver fatto ammutolire per sempre questa voce dissenziente, che non solo “sfronda gli allori” dal capo degli dei immortali, ma li sfida a dimostrare le basi del loro potere:

“Io non conosco sotto il sole
niente di più povero di voi, dei!
Voi nutrite miseramente
la vostra maestà
con tributi di vittime
e fiato di preghiere
e vivreste nell’ indigenza, se
bimbi e mendicanti non fossero speranzosi pazzi.”

Così il Prometeo di Goethe.

Sembra proprio, ed è, l’opposto di Chirone. E allora, come mai i due si trovano insieme?
Sagittario Segno duale, Sagittario doppia anima.

Ah, questa sì che è un’avventura straordinaria!