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I segni di Terra

INTRODUZIONE
Ed eccoci pronti a conoscere i Segni di Terra, un elemento per così dire “solenne”, giacché richiama subito al grande tema della TERRA-MADRE, principio e fine di ogni forma biologica.

“Essa” - come dice Eschilo nelle Coefore-
“partorisce tutti gli esseri,
li nutre e ne riceve poi
nuovamente, il germe fecondo.”

bipenniE, guarda caso, tutti i miti che riguardano i Segni di Terra, seppur con le differenze che vedremo, parlano al femminile e parlano prima di tutto di figli o di figlie, ovverosia del frutto più nobile della fecondazione.

Eclissata, sostituita o del tutto assente è la figura maschile e cioè paterna. Sono le donne, sono le madri, le protagoniste, le sacerdotesse dei misteri della Terra e centrale, nella successione zodiacale di questi tre Segni, si staglia la VERGINE MADRE: Demetra. Essa è la materia prima e incontaminata : MATER/MATERIA, principio assoluto della maternità.

Oltre a questa, un’altra osservazione preliminare c’è da fare, un’osservazione di tipo paesaggistico e carica di suggestioni.

Due miti su tre, e cioè quelli inerenti al Segno del Toro e al Segno del Capricorno, ci portano a Creta, la grande isola sospesa tra l’Asia minore e il Peloponneso, mitica TERRA-MADRE della grecità e che tutta si diede al culto del Toro.

Dove sarebbe approdato il bianco Toro che trasportava Europa, rapita dalla Fenicia? Quel Toro divino sceglierà la vellutata sabbia della baia di Matala per affondare il suo zoccolo e offrire ad Europa la vista abbacinante delle scogliere d’ardesia.

Ma per sorprendere il piccolo Zeus, che succhia il latte della capra Amaltea, cambiamo completamente e colori e odori.

Zaino in spalla e scarponcini ai piedi esploriamo l’interno dell’isola, saliamo l’altopiano di Lassiti e inoltriamoci su per il monte Dikti fino a trovare quella grotta - ma quante ce ne sono! - in cui Rea mise in salvo il suo piccolo Zeus.

“A Creta! A Creta!” stan già gridando i vostri cuori, inondati di luce e di natura.

E a Creta subito vi porterò.


IL SEGNO DEL TORO
(21 aprile - 20 maggio)

La Creta su cui anche noi siamo approdati è la Creta minoica, la Creta di Minosse, il primo re che aveva liberato il Mediterraneo dai pirati e che per questo esercitava il suo predominio su tutto l’Egeo e quella Grecia che ancora stava sognando il suo futuro splendore.

E’ la Creta delle 100 città di Omero, la Creta dei palazzi, degli stillanti bagni lustrali, percorsa da processioni festanti e allietata da acrobatici giochi con il toro.

Creta è... nel segno del Toro fin dai primordi.

Chi è Minosse, se non il figlio di Zeus e di Europa? Uno Zeus, che per rapire la giovane e, naturalmente, bella figlia di Agenore, re di Tiro, si è mostrato a lei sotto le sembianze di un giovane, latteo, niveo torello.

Ed erano così splendenti le sue corna che subito Europa le inghirlandò; ed erano così tenere quelle pieghe della pelle sulla nuca, ma al tempo stesso così solida la muscolatura - lascio a voi indovinare le somatizzazioni del Toro - che subito Europa vi affondò le mani.

E poi si mise a giocare, toccare, accarezzare, giù fino ai fianchi solidi e snelli. “Che bellissimo e pacifico animale ! E guarda come si inchina! Come un perfetto cavaliere mette il ginocchio a terra e mi guarda con quei suoi grandi, umidi occhioni! Sembra quasi invitarmi a salire in groppa!”

Detto fatto. Europa sorride felice in groppa al suo torello. Mai ne ha visto uno così tra gli armenti di suo padre.

“ E come è danzante la sua andatura! E com’ è buffo: sembra voglia dirigersi al mare!”

Toro

Lo abbraccia teneramente Europa, mentre il Toro-Zeus (a questo punto lo avrete già capito) la sta per rapire, prima facendo alcuni cauti passetti sul bagnasciuga - quasi perché si potessero ammirare perfin le impronte dei suoi zoccoli - e d’un tratto lanciandosi impetuosamente in mare, subito trovando il tratto profondo ( cosa non possono gli dei immortali! ) in cui immergersi tutto e costringere il suo carico prezioso a stringersi ancor più forte a lui.

Era stata così bella quell’impresa, era stata così romantica quella vacanza d’amore a Creta - perché, una volta arrivato sulla spiaggia di Matala, Zeus riprese le sue sembianze, rese nota la sua identità e completò la sua opera di seduzione - che il focoso amante volle eternare la bella testa di quel Toro (e cioè se stesso) nel cielo, fra le costellazioni dello Zodiaco.

In questo mito c’è già tutta, in sintesi, la sigla di chi nasce nel Segno del TORO, DOMICILIO NOTTURNO di VENERE che qui è la Venere Genitrix, palpitante, fertile, feconda, per la quale la sessualità è un impulso primario : comunione con il cosmo prima ancora che con il partner.
Questo punto è basilare per capire la “disponibilità” sessuale dei nati in questo Segno, amanti del piacere e curiosi di provarne ogni aspetto.

Non dimentichiamo che il Toro viene subito dopo l’Ariete, ripetendo nei registri che gli competono, i registri della Venere Terrestre (=edonismo captativo che s’appoggia su un solido appetito di vita), il “classico” tipo d’approccio all’esperienza dei Segni primaverili: l’atteggiamento di chi tutto si apre all’esperienza, senza remore, senza preclusioni e, nel caso specifico del Toro, senza falsi pudori, giacché è la forza dell’istinto naturale, l’unica legge, l’unico punto di riferimento.

In questo contesto, come si può capire, la parola “morale” suona come una formula burocratica.

Ecco perché di tutte le donne dello Zodiaco - vi avevamo avvisati che questo incontro si sarebbe giocato quasi tutto al femminile - la donna Toro (ma l’uomo non le è da meno) è quella che esprime il trionfo della sessualità allo stato primario; essa considera il maschio il suo naturale complemento e quando ha trovato quello “giusto”, la sua possessività tocca il vertice, così come la sua gelosia.

Comunque sia, o disponibile o monogama, la donna Toro ha bisogno di veder soddisfatti=realizzati i suoi desideri sessuali, pena la mortificazione di tutte le altre sue energie esistenziali.

Ma per continuare la nostra indagine lasciamo di nuovo la parola al mito, e torniamo di nuovo a Creta, e precisamente a Cnosso, tutta in festa per l’incoronazione del re Minosse.

Quanti omaggi, quanti doni, quanti tributi arrivano alla reggia: i magazzini non ce la fanno più a contenerli e gli altari bruciano di sacrifici.

“Sì, - pensa Minosse - debbo anch’io fare una sacra funzione, degna del mio nuovo titolo regale”. E, vuoi perché avaro, vuoi perché sfrontato, chiede a Posidone, il dio del mare, di mandargli una vittima degna di essere sacrificata. E Posidone risponde subito; e un magnifico toro bianco emerge dalla spuma del mare.

A questo punto si impone un inciso: ma che significato ha questo ricorrente colore bianco? Esso è il colore della Luna, principio femminile per antonomasia, che nel Segno del Toro - come si dice in gergo - è “in esaltazione”, un termine assai trasparente per sottolineare l’eccezionale emotività sensoriale, tutta femminile= passivo/ricettiva, dei nati in questo Segno ( è uguale se maschi o femmine ). En passant è sempre questa Luna a determinare il nobile incarnato bianco della donna Toro.

Ma vediamo intanto cosa ci ha combinato Minosse.

Decisamente il re era un grande avaro. Egli risparmia il magnifico esemplare mandatogli da Posidone - gli servirà per migliorare la qualità dei suoi armenti - e offre , si fa per dire, a quel dio a cui doveva tutto, un’altra vittima, meno splendida.

Tuttavia “La vendetta è un piatto che va servito... caldo, anzi bollente” e Posidone è già all’opera. Egli fa follemente innamorare di quel Toro la stessa regina, Pasifae, più volte già felicemente madre... ma certo non completamente soddisfatta da Minosse.

La passione divampa in lei, il pensiero di quel candido Toro lunare l’ha ormai presa tutta: vuole essere sua, vuole congiungersi a lui ed è disposta a tutto, a ricorrere a qualsiasi stratagemma, a qualunque marchingegno pur di riuscirvi.

Non c’è a corte quell’ingegnere greco chiamato Dedalo, quell’ateniese in esilio, così abile in tutto, ma specialmente in macchine e costruzioni?

Pasifae gli espone il problema e la soluzione è già pronta: Dedalo costruirà un simulcro di vacca, ricoperto di pelle, in cui Pasifae troverà ricetto per soddisfare la sua ormai irrefrenabile passione.

Ed ecco l’opera è già pronta; ci sono perfino delle rotelle mascherate dagli zoccoli ed è su di esse che la vacca-simulcro viene spinta nel pratello in cui pascola la bestia possente.

Essa trotta, tutta impeto, incontro a quella che crede una giovane giovenca e la monta, così come suole fare. Gioisce Pasifae che certo non sospetta di essere lo strumento della vendetta di Posidone.

Dopo nove mesi nasce l’essere mostruoso: il Minotauro, un essere con il corpo umano, ma con la testa taurina. Esso va doppiamente celato: la sua stessa mostruosità non permette mezze misure, conclamata prova della lascivia della regina infedele.

In fretta e furia inventa Dedalo (speriamo gli abbiano pagato gli straordinari) il Labirinto, il “ palazzo della doppia ascia” secondo un’etimologia che fa derivare la parola Labirinto da Labrys = l’ascia bipenne, simbolo di Cnosso e, per molti, designante le due lune: quella calante e quella crescente.

Come si vede la storia del Minotauro non è che un remake della prima, solo detta in modo più crudo e con epilogo drammatico: il Minotauro sarà infatti ucciso dall’eroe ateniese Teseo.

Ma ci sono anche interessanti varianti.

Se Europa è una candida, inesperta giovinetta, che si lascia facilmente sedurre dalla bellezza e dalle buone maniere - il Toro, sotto l’aspetto di bonomia cela spesso sentimenti violenti e irresistibili passioni -, Pasifae è una donna adulta che non vede spegnersi, né con gli anni, né con le molte maternità, la sua istintualità.

Senza dover aspettare il Toro Freud che con la psicoanalisi ( novello Labirinto e con quanto pericolo di non ritrovare più l’uscita !)ha voluto razionalizzare tutto il problema della sessualità, già Plutarco correggeva il tiro su questo mito troppo eversivo nella sua sconfinata libertà, dicendo che Pasifae non con un Toro s’era accoppiata, ma con un uomo di nome Tauros.

Sia come sia, sta di fatto che il pericolo dello scandalo, delle situazioni scabrose, delle più strane vicissitudini e insomma di “cascarci”, è molto frequente nel destino dei Tori. Questo pericolo non è da intendersi come un effetto di tortuosità caratteriale, ma proprio l’opposto, come l’erompere di un’elementare, lineare, primitiva fisicità che, a dispetto di tutte le apparenze, è sempre più difficile vivere liberamente nei nostri tempi “moderni”.


IL SEGNO DELLA VERGINE
( 23 agosto - 22 settembre )

Dall’indifferenziata istintualità fecondante del Toro passiamo ora al più preciso e finalizzato Segno dello Zodiaco, il Segno della Vergine, che rappresenta la Terra nel suo aspetto più ricco e produttivo, quello dei campi biondeggianti di messi.

Nell’iconografia zodiacale la Vergine Alata si distende in tutta la sua venustà lungo l’eclittica: nella mano destra tiene in alto, ondeggiante al vento siderale, un ramoscello; nella sinistra, capovolta verso il basso, una spiga, che si sovrappone alla stella omonima, la Spica, la più splendente della costellazione della Vergine, essendo una stella di prima magnitudine.

VergineIn questo tipo di rappresentazione è esplicitamente presente il tema del ciclo vegetativo: il flessuoso ramoscello è il grano ancor verde; la spiga, gravida di chicchi, è il grano maturo, destinato ad essere reciso, raccolto, immagazzinato.

E il mito connesso alla Vergine è il mito di Demetra ( Da-mater=Terra e madre, Dea Terra ), una delle divinità più popolari e venerate nella Grecia arcaica e classica: è lei che ha donato agli uomini i cereali, è con lei che è nata l’agricoltura, è da lei - dal suo amplesso con l’eroe Iasion sul maggese tre volte arato - che nasce Pluto, la ricchezza, ovverosia il raccolto abbondante.

Ma prima che si instaurasse questo ordinato ciclo naturale, quanta solitudine, quanta pena, quanto tetro, irato silenzio!

Ma cominciamo la storia dall’inizio.

Demetra, figlia di Rea e di Crono (il re dei Titani), ebbe da Zeus, suo fratello, una figlia: Persefone, chiamata anche Kore=la fanciulla, la vergine. E tale sarebbe rimasta, legata com’era alla madre, se di lei non si fosse innamorato lo zio: Aidoneo ( o Ade, o Plutone ), il signore degli Inferi.

Era il maggio odoroso, straripante di fiori e di effluvi, e Kore con le bionde chiome al vento s’aggirava felice fra rose, giacinti, iridi e viole.
Questo magnifico tappeto erboso, c’è chi lo pone nei pressi di Enna ( e non c’è lì vicino l’Etna, voragine d’accesso al mondo sotterraneo? ), e c’è chi lo distende sulla piana di Nisa, in Beozia; fatto sta che Kore, fra i tanti fiori che lambivano le sue caviglie sottili e il florido seno, fu sopraffatta dalla bellezza del giallo narciso, un narciso gigante, che apriva il suo occhio su di lei e la invitava a specchiarvisi.

Protende le due mani Kore per svellerlo. Ma la radice, da cui era nato quel fiore dall’insistente, magnetica pupilla, era profonda, oh sì!, tanto profonda, da raggiungere il Regno sotterraneo dei Morti.

E tutto succede in un momento, e tutto si confonde e si rovescia: “il bel giocattolo”, “il mirabile fiore raggiante” - come dice l’Inno Omerico - che sta per essere suo, si confonde con un’altra immagine, un’altra nera, muta pupilla: Ade dalle nere chiome è già di fronte a lei e il suo cocchio d’oro manda abbacinanti riflessi.

Da lì il grido per il rapimento, non udito da nessuno (ma si gridò veramente?), la corsa precipitosa verso il mondo sotterraneo, l’addio ai prati in fiore, al cielo stellato, al mare “dalle molte correnti”.

Ma questo non è un rapimento di quelli che fa Zeus: le intenzioni di Ade sono serie, giacché il dio, non avvezzo a lasciare per capriccio il suo Regno dell’Ombra, vuole Kore per farla sua legittima sposa. La cupa morte vuole che sul suo trono di pietra si assida una giovane, palpitante, bianca, pura fanciulla: Kore-Persefone.

Ci fu quel grido a squarciare l’ampio cielo, o non ci fu?
Poco importa: Demetra, la madre, lo sentì, ma era lontana e non potè difendere la figlia dalla violenza.

Ed ora inizia la sua odissea per sapere dove mai la sua Kore sia scomparsa.

Tutta chiusa nell’angoscia del suo dolore, essa non tocca più nettare e ambrosia, non si immerge nei lavacri e muta il suo augusto, venerando aspetto in quello di una vecchia “carica d’anni”.

Così, accoccolata sotto un fico, su una strada polverosa, Demetra viene vista dalle figlie di Celeo, il sovrano di Eleusi, e invitata alla loro casa: esse hanno un fratellino appena nato, Demofonte, frutto tardo e contro ogni speranza dei loro genitori.

Che sia possibile che la vecchia diventi la nutrice del piccolo?

E succederà proprio così.
La triste madre, orbata del suo germoglio in fiore, avrà proprio l’incarico di allevare il tenero, e ultimo germoglio della stirpe di Celeo.

Essi non sanno quale potente dea si aggiri nella loro casa: essi vedono solo come magicamente Demofonte cresca vigoroso, pur non toccando cibo mortale, pur non succhiando il latte.

Demetra infatti lo sta allevando per l’immortalità e l’eterna giovinezza: di giorno lo unge d’ambrosia e ogni notte lo espone alla fiamma.

E qui il dramma nel dramma. La madre del piccolo spia, una notte, la dea e, inorridita, grida (si ripete il grido?), interrompendo il rito sacro, peggio, annullandolo.

Tutto è perduto: Demofonte non potrà diventare immortale e ad Eleusi si dovrà erigere un tempio per placare la dea offesa e irata. E sarà lei stessa a fissare il rito per ovviare alla stoltezza dei mortali.

Come si nota il mito ha come dimenticato la sorte di Persefone, ha lasciato in sospeso la suo ricerca, per parlare dell’origine dei misteri eleusini, espressione di un culto agrario che, celebrato nella stagione della semina (per i Greci il mese di settembre), aveva per fine quello di assicurare l’abbondanza delle messi.

Si ritira Demetra nel suo santuario ed ora sì, lascia libero corso al suo dolore. E’ un dolore che assomiglia ad una muta depressione, in cui ha largo spazio, oltre al pensiero ossessivo della figlia perduta, il risentimento nei confronti degli dei. Essi, Zeus in testa, sono correi del rapimento e vanno puniti e perpetuamente ripudiati.

La dea corrucciata ed infelice non solo decide di non tornare più sull’Olimpo, ma di rendere tutti languenti ed infelici.

E decide di ritirare dalla terra i suoi doni, le splendide spighe dorate, dispensatrici di vita per gli uomini, fedeli officianti degli dei.

La Madre Terra è diventata sterile, simile alla giovane sua figlia, vergine rapita.

E allora l’Olimpo s’affanna a mandare ambascerie per blandirla e solo Ermes, l’Ulisse fra gli dei, riesce a convincerla ( Ermes è il Mercurio dei Romani e Mercurio è il pianeta che governa il Segno della Vergine ), a farla recedere dai suoi drastici propositi e accettare un accomodamento (Ermes astuto e dall’acuta mente): Persefone potrà stare con la madre per 2/3 dell’anno e per 1/3 se ne starà sotto terra, dividendo con Ade, suo legittimo sposo, il trono dei morti.

A settembre, ogni settembre, Persefone tornerà ad abbracciare la madre e il santuario spalancherà le sue porte e alla luce delle fiaccole - il rito è notturno - il popolo accorrerà ad invocare le dea.

Rivolgendosi prima verso il cielo e poi verso la terra il mistagogo griderà “ue, kue - scendi pioggia! concepisci!”, vieni cioè a fecondare il seme appena interrato.

Si sentirà allora provenire dall’interno del sacrario come un suono di temporale: è lo ierofante, che colpendo una lastra di bronzo, annuncia l’epifania della Kore. E subito dopo si spalancano anche le porte del sacrario e in un’immensa fiamma di luce compare lo ierofante con in mano una spiga:
Kore è tornata!
Kore ha concepito la nuova vita!

Lontane dalla folla, nel tempio a loro dedicato, ridono le due Demetre, guardandosi di nuovo negli occhi e l’acqua della prima pioggia di settembre si confonde con le loro lacrime di felicità.

E’ bastato questo mito per riscattare i nati della Vergine (donne e uomini) da una fama astrologica alquanto ingenerosa nei loro confronti? Li si dice pedanti e malinconici, perfettini e noiosini e non ci si preoccupa minimamente di andare oltre a questa scorza di quasi tecnico efficientismo e, almeno apparentemente, molto organizzato autocontrollo.

E invece la Vergine appartiene ai Segni “doppi” dello Zodiaco (come il Sagittario, i Pesci, i Gemelli), Segni cioè al confine di due stagioni e che vivono dunque di una doppia natura, di un doppio temperamento e di doppie possibilità di destino, con tutte le complessità che la cosa comporta.

E il tema del doppio è continuamente ripetuto nel mito: Kore-Persefone è la figlia che vive nel riflesso della madre e nel riflesso di Ade e può vivere contemporaneamente/ciclicamente in due mondi opposti: quello dei vivi e quello dei morti, quello sopra e quello sotto terra, quello visibile e quello invisibile.

Psicologicamente vien da pensare a quello che si chiama “carattere ciclotimico”, che inspiegabilmente oscilla tra stato di benessere e di malessere, di luce ed ombra, rendendo inquieti ed ansiosi come sotto una minaccia. La Vergine, contrariamente a quanto appare, non è per niente inossidabile e il suo carattere è intellettualmente molto impressionabile e reattivamente nervoso.

Non per niente è DOMICILIO DIURNO di MERCURIO, il pianeta che presiede alle facoltà intellettuali e ai nervi in particolare. La tendenza all’irrigidimento e ai blocchi di varia natura traspare chiaramente dal comportamento di Demetra e vi leggiamo autoisolamento, sospetto, ma anche fobie alimentari: la Vergine è una igienista convinta e seguace dei più severi regimi alimentari. D’altra parte è il Segno che somatizza più facilmente (la Vergine è sostanzialmente un’ansiosa)e sempre a livello digestivo (non è Demetra colei che nutre i mortali?).

Ma dell’interazione Mercurio/Vergine si può dire ancora di più e, parafrasando l’accomodamento calendariale tra Ermes e Demetra, dire che la Vergine è disposta per 2/3 a sottomettersi al buon senso pratico, all’ordine e alla ragione (certe volte pare anzi che vi si aggrappi), necessari per un normale, regolare andamento del destino, ma per 1/3... per 1/3 ella si sottrae, fors’ anche solo inconsciamente, a questo imperativo e percorre, almeno con la mente, altre vie, altri itinerari che portano da tutt’altra parte, nella zona in ombra dell’altra se stessa, dove Ade potrebbe comparirle dinnanzi e trovarla attratta ed inerte come Kore un momento prima del rapimento.

Mercurio, l’intelletto, il coordinamento logico, imbriglia=razionalizza le pulsioni terrestri della Vergine, quelle sessuali al primo posto. L’elemento TERRA nel Segno della Vergine è da intendersi dunque nel senso di una terra imbrigliata, una natura sottomessa ai ritmi della coltivazione dei campi.

Siamo così approdati alla dualità primaria dei nati nel Segno: in loro c’è sì il predominio della parte intellettiva (Mercurio) sulla parte sensoriale (la Terra), della mente sul corpo, ma questo predominio è sempre sofferto e pur sempre sentito come un freno.

Centrale e risolutivo comunque risulta nel destino della Vergine il principio femminile e materno:

- la donna Vergine prima o poi deve cessare di essere “Parthenos” e trovare la sua realizzazione nella maternità; sull’uomo Vergine, d’altra parte, l’ascendente femminile è enorme e spesso egli si libera di una madre Demetra, per sposare una donna Demetra.
Potenza dell’eterno femminino!, per dirla con le parole di Goethe, il più grande poeta Vergine della letteratura tedesca.


IL SEGNO DEL CAPRICORNO
( 21 dicembre - 19 gennaio)

Lasciamo i notturni misteri eleusini, lasciamo la Terra Madre, che tutto inghiotte e sotterra, la Terra-zolla dei chicchi e dei semi, per parlare della Terra come grembo protettivo, sostentamento primario di ogni nato = d’ogni vita che inizia.

E’ la Terra del Capricorno.
Questo Segno, che risulta ultimo nella successione dei Segni di Terra, è, per un certo senso che sarà subito chiaro, il primo, giacché è con esso, in concreto, che si dà inizio ad un nuovo ciclo vitale.

Non per niente il Capricorno fa parte della CROCE dei SEGNI CARDINALI, che corrispondono ai mesi in cui si verificano i due equinozi (in Ariete e in Bilancia) e i due solstizi (in Cancro e in Capricorno). Questi mesi che aprono un ciclo, oltre al fatto di rappresentare un inizio, contengono in nuce tutto ciò che poi avverrà. E tutti i Segni della Croce Cardinale, ciascuno in relazione all’elemento che gli è proprio e alle sue specifiche “dotazioni” planetarie, hanno questo in comune: la potenzialità e il dinamismo che ogni inizio comporta, con in più una naturale disposizione a fare da cardine, da elemento cioè fondamentale su cui ruota tutta una struttura.

Energia creativa e propulsiva al debutto del freddo inverno? Proprio così, ma per capirlo dobbiamo liberarci dalla nostra mentalità moderna, ormai così lontana dai ritmi delle stagioni, per cui, specialmente alle nostre latitudini, l’inverno evoca solo grigi cieli e tristi freddi.

CapricornoCome nessun altro i Segni di Terra ci riportano all’antico. E per gli antichi il solstizio di inverno era momento di grande gioia e tripudio: LUX CRESCIT, il Sole cresce, i suoi raggi cessano di ridurre il loro circolo di illuminazione e il giorno riprende ad allungarsi con tutta la fiduciosa prospettiva che ciò comporta. E prima di diventare il nostro Natale (per altro si decise così alla metà del IV secolo), il 25 dicembre era considerato dal mondo pagano il genetliaco del Sole, giacché un nuovo Sole iniziava il suo ciclo, ovverosia un nuovo anno.

E così già intravedete come sia da correggere la triste stampa di cui oggidì gode (si fa per dire ) il Capricorno, a cui magari si concedono a piene mani laboriosità e tenacia, ma a cui abbiamo tolto la leggerezza del sorriso.

E invece è proprio il Capricorno il fanciullo, anzi il bambino, anzi il neonato dello Zodiaco, che ride e schiamazza, vitalmente deciso a prendere e a utilizzare tutto quanto la Terra gli offre per crescere forte e sano e fare cose buone e grandi nel mondo.

Il mito legato al Capricorno è infatti il mito del piccolo Zeus, il futuro padre degli dei, sovrano dell’Olimpo, che ebbe fin da piccolo occasione di far vedere la sua forza e la sua possanza, sia fisica che morale, nel dominare gli eventi e quelle che, per i comuni mortali (= gli altri Segni), potevano diventare insormontabili avversità.

Sua madre, Rea, stanca di subire gli eccessi alimentari del marito, Crono, che divorava, appena nati, i suoi figli (uno di loro - così gli era stato profetizzato - lo avrebbe un giorno spodestato), sottrasse con uno stratagemma il suo ultimogenito e terzo maschio, Zeus, alle fameliche fauci paterne.

E mentre Crono ancora stava digerendo un bel pezzo di pietra avvolto in fasce (il Capricorno “digerisce” tutto e quando somatizza predilige i calcoli), Rea era già stata in Arcadia a cambiare il primo pannolino al regal piccino e di lì era passata a Creta, giudicata da lei la terra più sicura per il suo pargoletto.

E’ dunque a Creta che siamo ritornati, ma non al palazzo di Cnosso con il suo dedalico labirinto di colonne, bensì nella Creta silenziosa dell’interno, dove le ninfe si aggirano nelle valli folte di alberi o sulle vette dagli impervi sentieri.

E uno di questi prese anche Rea. Cercava una grotta in cui deporre come in una culla, il bambino, cercava una caverna-nursery, profonda tanto da sottrarsi ad ogni occhio curioso e da assorbire ogni eco della voce del bimbo.

La trovò sul versante boscoso del monte Dikti e raccomandatasi velocemente agli animali e alle ninfe del luogo e istituita una particolare guardia del corpo, i coribanti, che avevano l’incarico di far cozzare scudi e lance nelle emergenze più gravi (il piccolo era già in fasce Zeus Tonante e la sua voce si sentiva pur da quella profondità), se ne tornò altrettanto velocemente a casa, per non insospettire ulteriormente il già nevrotico marito.

Noi restiamo nella grotta. E subito notiamo che non vi regna per niente aria da orfanotrofio e che non si piagnucola l’assenza di mamma e papà. Sarà perché Rea è una incarnazione, ovviamente cretese, della Grande Madre Mediterranea, sarà perché Zeus dimostra subito uno spirito consapevole e indipendente, da vero ometto Capricorno, fatto sta che si è acclimatato benissimo in quel suo primo, splendido palazzo naturale. Stalagmiti e stalattiti non sono meno belle e poderose delle opere di Dedalo. Che nasca da qui la passione per l’architettura dei nati in Capricorno? L’amore per tutto ciò che è struttura organizzata? E “struttura” è anche lo scheletro del corpo umano, le ossa, punto debole dei nativi del Segno.

Ma torniamo al fantolino regale.
Come si diceva, egli si muove con tutta padronanza nell’ ambiente che fu pure di mamma, un ambiente dunque già suo, e a tutto tranquillamente si accosta e da tutti si lascia accostare.

Nulla lo sorprende o lo spaventa (o almeno così dà a vedere) e quando, bisognoso di latte, si vedrà davanti per la prima volta il muso peloso e cornuto della capra Amaltea, spalancherà ridendo i suoi tranquilli occhioni azzurri e gli avidi labbruzzi reclameranno senza alcuna schizzinosità la gonfia mammella.

Né gli dispiacerà dividere i pasti con il piccolo Pan, dalla testa bicorne e il piede caprino, fratellastro chiassoso e turbolento, che però mitiga i suoi capricci a cospetto del dio (possibile che senta già l’autorità del futuro padrone dell’Olimpo?). E poi Pan possiede anche ottime doti: sa parlare così bene agli animali che ha convinto le api a portar loro, direttamente in bocca!, il miele. In più Pan sa cavare da certi legnetti suoni deliziosi. L’ amore per la musica nacque così nell’animo di Zeus che ne ebbe sempre gran diletto. Non seppe invece mai adattarsi al sonnellino pomeridiano, a cui invece il fratellastro non poteva mai rinunciare.

A questo punto i Capricorni presenti potranno valutare quanto in loro c’è di Zeus, quanto di Pan.

Insomma fu un’infanzia ricca di scoperte e serenamente felice e Zeus, quando divenne sovrano dell’universo, volle immortalare tra le costellazioni del cielo colei che l’aveva così amorevolmente nutrito e accudito, la sua “nutrice” a tutti gli effetti. E fu così che la capra Amaltea (Amaltea= tenera) occupò il Segno del Capricorno.

Concludiamo con un’unica, ma basilare osservazione astrologica. Come si accorda questo mito del piccolo Zeus poppante, con il pianeta che governa il Capricorno: il severo, grave, solitario, malinconico /melancolico SATURNO (Saturno è il nome latino del greco Crono) che in Capricorno ha il suo domicilio diurno?

Quale ombra minaccia l’orizzonte destinico di Zeus bambino? Un’ombra che viene dal passato e che parla del padre e di parricidio.

Crono infatti, aizzato dalla madre Gea, evirò con un falcetto (ecco il Saturno della iconografia, mietitore delle messi e del tempo) suo padre Urano, sostituendosi a lui nel potere. Da Crono gli antichi facevano iniziare l’età dell’oro, quella in cui tutto era abbondante e si poteva dar ragione alle teorie di Rousseau. Ma Crono fu a sua volta detronizzato, connivente Rea, da Zeus che non solo gli fece risputare sorelle e fratelli inghiottiti (il nuovo staff dirigenziale dell’Olimpo), ma lo precipitò, coi Titani ribelli, nel profondo della terra, nel vasto, sterile Tartaro.

“Dalle stelle alle stalle”, è proprio il caso di dirlo.

C’è dunque un problema del padre per il nato in Capricorno, tanto più se maschio, un padre con cui misurarsi e da cui distaccarsi, differenziarsi, se si vuole crescere e rendersi autonomi, come effettivamente il Capricorno desidera.

Come il Cancro, Segno opposto al Capricorno, deve amare la madre - lo vedremo nell’ultimo nostro incontro - così il Capricorno deve odiare il padre (naturalmente qui non si intende il padre fisico, ma l’ immagine paterna).

Vien da riflettere che, se nella Vergine abbiamo trovato il tema/problema della separazione dalla madre, nel Capricorno troviamo quello della separazione dal padre.

Il superamento del complesso edipico è dunque il nodo centrale nello sviluppo del tipo Capricorno che aspira - archiviato il problema - a diventare a sua volta una figura esemplare di padre/patriarca, naturalmente non nelle vesti di Crono, ma di Zeus= autorevole garante della giustizia e responsabile del mantenimento dell’armonia, nata dall’ordine.

Ma per quanto possa diventare potente e autorevole, un senex carico d’anni e di esperienza, il Capricorno resterà sempre, nell’intimo, un puer, un fanciullo, un “fanciullino”, per dirla con le parole di un poeta del Capricorno (il Pascoli), che tiene ancora fissa negli occhi “ quella antica, serena meraviglia” della sua prima età.