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Van Gogh: un Ariete ad alta tensione.

Tutta la vita di Van Gogh è una corsa violenta e febbrile, irresistibile e fatale alla ricerca e alla distruzione di se stesso.
Sia dal punto di vista caratteriale, sia dal punto di vista più strettamente artistico, egli incarna le pulsioni più autentiche e profonde di questo primo Segno dello Zodiaco, Segno di FUOCO, cardinale-equinoziale, Domicilio Diurno di PLUTONE e Notturno di MARTE.
Dei tre Segni di Fuoco (Ariete - Leone - Sagittario) quello dell' Ariete è il più imprevedibile ed esplosivo. E' infatti il fuoco della natura primordiale, il fuoco del lampo, del fulmine, della folgore, della elettrica scintilla che scatena il temporale primaverile, virilmente e quasi brutalmente scrollandosi di dosso l'inverno e, con lui, tutto il suo passato.
Così l'Ariete, nel suo stato più genuino, è forza drastica di rottura, inaspettata e imprevedibile e, per gli altri, minacciosa sempre; presenza ingombrante e assillante perché comunque provoca, spiazza, sfida, perturba e, sempre, ti prende in contropiede, quasi beffardo "bastian contrario".

E certo non era né rassicurante, né gradevole entrare in contatto con Van Gogh.
• Nel lavoro dimostrò subito di non volersi adattare alle "regole del gioco".
Lo zio Vincent, fondatore della Casa d'Arte parigina Goupil & Cie, tenterà di avviarlo al mestiere impiegandolo nelle varie filiali ( in quella dell'Aja nel 1869, in quella di Londra nel 1873) fino a collocarlo nella sede centrale di Parigi (1875). Ma a Van Gogh era il concetto stesso di "mercante d'arte" che ripugnava e il suo atteggiamento di disprezzo e di indifferenza non faceva che suscitare il risentimento di colleghi e di clienti. I suoi interessi erano altrove: visitava musei e gallerie, leggeva libri per istruirsi, dedicandosi, appassionatamente - con Marte e Plutone si può essere solo così - allo studio del Libro per eccellenza: la Bibbia (e qui coinvolgerei la forte componente Pesci/Sagittario del suo oroscopo).
C'è da sorprendersi che sia stato subito licenziato non appena la Goupil & Cie fu venduta ad altri?

• Né va meglio nella vocazione religiosa, che, invece, rispondeva in pieno alle sue esigenze di impegno etico. Inizia col seguire una scuola regolare per diventare predicatore laico, ma all'esame finale non è giudicato idoneo. Allora intraprende la strada del praticantato e va in "missione" nel Borinage, la regione carbonifera belga dove vivono minatori e operai in condizioni che ben ci possiamo immaginare, visti i disegni e i quadri di quel periodo (1878/1879). Qui vive come i minatori, nello stesso disagio e miseria e il suo fanatismo smodato - anche qui non sta alle "regole del gioco" - irrita le gerarchie che lo "sollevano" dall'incarico col pretesto della sua impreparazione teorica.

• Se poi tocchiamo l'argomento privato dell'amore, è un fallimento su tutta la linea.Il suo accesso alla donna, per lui sinonimo di famiglia, il "mezzo" più naturale per essere uomo tra gli uomini, umano tra gli umani, sarà sempre e comunque negato e, per così dire, suggellato dall'ostracismo dei benpensanti. E d'altra parte come non capire lo shock del padre, il rigido pastore protestante Theodorus, per il progetto di sposare una prostituta come Sien? Come non convenire con Theo, che già aiutava economicamente il fratello, se si rifiutava di accollarsi , oltre a lui, tutta una famiglia? Anche qui le "regole del gioco" erano abbondantemente superate.

• E nell'arte? Nell'arte, alla quale alla fine (1880) si "convertirà" - è pur sempre un Ariete alla ricerca di una fede per cui immolarsi -, sarà un continuo contrasto con gli altri artisti. Il maestro tanto ammirato e ricercato (Mauve, che lo introdurrà al disegno) vorrebbe che lui si esercitasse sui calchi in gesso…Ma come non capisce che bisogna lavorare dalla natura e dal vero? Al diavolo le astrazioni inutili: lui ha bisogno di modelli veri, in carne ed ossa, perchè è solo dalla visione della realtà che si potrà cogliere la verità. Ecco già qui la base etica del suo "realismo", quella che lo metterà sempre in contrasto con gli "amici " Impressionisti. Certo quegli amici non avevano neppure loro tanti peli sulla lingua quando lo giudicavano. Se ascoltiamo il ritratto che di lui ci fa Henri de Toulouse-Lautrec restiamo raggelati: "uomo inflessibile e maniaco, stizzoso e violento, convinto delle sue idee fino all'ottusità".
Era mai possibile pensare di creare con loro - ah, Ariete sempre pronto ad infiammarsi per progetti irrealizzabili! - una comunità, una confraternita per condividere la propria ricerca?

E se gli "amici" artisti erano così, figuriamoci le Accademie, i Corsi di pittura e le varie scuole di Belle Arti che Van Gogh insiste a frequentare. Fioccano le bocciature e le retrocessioni alle classi inferiori per i soliti motivi che tutti condivisero quando era in vita : incertezza del disegno, scarsa padronanza della prospettiva, mancanza di inventiva.
Che fare? L'epilogo di tutto questo tentato rapporto con il mondo dell'arte sarà il più che litigioso sodalizio con Gauguin, di cui si narrerà più avanti.
Tutto conduce, prima o poi, all'emarginazione - si badi bene non, tout court, all'autoemarginazione - e alla solitudine, accettata con rassegnazione e fatalismo, compimento di un destino, necessario supporto della sua originalità e della sua eccezionalità.
Quale Adamo dello Zodiaco - Ariete, primo Segno, dal quale si diparte un nuovo inizio-, l 'uomo dell'Ariete vuole, o meglio, è spinto a farsi tutto da solo, a inventarsi, a scaturire dalla sua stessa testa come Atena da quella di Zeus. L'Ariete è dunque l' uomo primordiale senza pre-giudizi, "naturalmente" refrattario ad ogni modello, che ha in se stesso la sua norma e la sua legge, giudice unico e di se stesso e del mondo intero.
In questo contesto s'innesta l'uscita dalla famiglia, il rifiuto di un nido sicuro, sia esso oggettivamente soffocante o no, la contestazione di qualunque principio di autorità, primo fra tutti quello che si incarna nella figura genitoriale.
Una storia già così splendidamente raccontata dal mito greco che al Segno dell'Ariete si collega. E' il mito del giovane Frisso che volerà fuori dal nido, la reggia di Tebe, in groppa ad un ariete dal vello d'oro, per sottrarsi ad una matrigna che voleva la sua morte. Per Van Gogh si tratterà di un padre ("il più dolce degli uomini crudeli") con il quale ebbe sempre un rapporto non solo conflittuale, ma francamente provocatorio, ostile, rabbioso, violento. Theodorus morirà per un colpo apoplettico (1885) dopo l'ennesimo litigio con il figlio.

Ma perché tutta questa incomprensione e impossibilità di spiegarsi con calma?
Il perché poggia sulla natura equinoziale del Segno (Ariete, equinozio di primavera), condivisa anche dalla Bilancia (equinozio d'autunno).
Tutti e due questi Segni, pur nei loro registri diversi (l'Ariete è sotto Marte, la Bilancia sotto Venere) sono incapaci di usare le mezze misure perché sono Segni della demarcazione netta, così come detta l'equinozio con la sua scansione delle 12 ore di luce e delle 12 ore di notte.
Li unisce dunque una eguale predisposizione a risolvere in modo irreversibile le situazioni: con il taglio del nodo gordiano l'Ariete, con la bilancia della giustizia la Bilancia.
Così come non ci meravigliamo che proprio la venusiana Bilancia sia capace, in un batter d'occhio, di passare dall'amore all'odio, non ci meravigliamo nel sentire come Van Gogh si prefigga scadenze (10 anni di tempo per "sfondare") e lodi il limite che, ad esempio, la miseria o la scarsezza dei mezzi producono, limiti del tutto positivi per un artista come lui.
Poiché dunque questi Segni sono i "creatori del limite", sono, per così dire, apodittici e inappellabili e incapaci, in buona sostanza, di operare razionalmente una scelta. Se la Bilancia, alchimista delle armonie , rifiuta la scelta in quanto fonte di squilibrio - Venere vuole tutto inglobare e mai nulla eliminare, escludere - l'Ariete,la scelta, non la conosce nemmeno, giacchè non può scegliere.

Utilizzando i Signori che lo governano, direi che egli agisce pulsionalmente (Marte in Domicilio Notturno) attuando un fato che lo sovrasta e che preesiste già in lui, nel suo subconscio (Plutone in Domicilio Diurno).
Ora Van Gogh è un Ariete del primo Decano del Segno, e questo Decano è proprio sotto Marte. Il doppio influsso di Marte rende , ovviamente, particolarmente "assoluti" nel seguire, incondizionatamente, la strada per cui ci si sente destinati. Il tutto in un continuo, esaltato ed insieme febbrile (non è Marte, in Astrologia medica, il pianeta della febbre?) stato di movimento e di ricerca.
Da qui l'impressione di agire acritico che promana dal tipo Ariete. Come se per lui l'azione venisse sempre prima del pensiero. Sarà l'azione a risolvere ogni dubbio ed enigma (fatti, non parole!), facendo arrivare prima alla verità, alla rivelazione della realtà.
Impazienza - cogenza - furia operativa, tutto ciò fa parte di Marte. Se poi lo si ha strettamente congiunto a Venere, dominante (Marte congiunto al MC - nel tracciare gli aspetti io seguo la scuola tedesca di H.F.von Klöckler) e disarmonico (Marte quadrato Luna/Giove) come l'aveva Van Gogh, tutto risulta esasperato. E possiamo ben immaginarcelo, gradivo tra le stoppie di Etten o per i boulevards di Parigi, quasi novello

"Caron dimonio, con occhi di bragia"
(e, in più, con i capelli rossi), che
"batte col remo qualunque s'adagia".



Solo che qui, ad essere "battuto", era proprio lui stesso, con la sua esaltazione, con la sua ispirazione, con la sua ardente ricerca d'amore.
Ma tutto questo impetuoso dinamismo ha forse radici ancor più profonde e poggia su un'illusione che è il cervello, e non "i muscoli" a partorire. L'illusione che il corpo sia l'automatico, potente, indistruttibile "esecutore" di ciò che la mente pensa, intuisce, proietta, divina.
Questa è la fede del primo Segno di Fuoco, fede illusoria - come tutte le fedi - nella propria forza psicofisica, nel proprio vigore e tenuta. Non per niente il Sole è in "esaltazione" in Ariete e percorre, nel mese a sua disposizione, con uno stupefacente balzo in su, metà del cammino per raggiungere, in altezza, il solstizio d'estate.
E poiché la tradizione, nell'attribuire ai Segni le varie parti e funzioni del corpo, ha dato all'Ariete la testa (orecchie comprese!), è la testa la parte più attiva del corpo: il cervello, che tutte le altre parti del corpo governa e che, schioccando la frusta, pretende la loro completa, immediata risposta.
Eppure tutta la smodatezza di Van Gogh, bevitore e fumatore accanito (Luna congiunta a Giove in Sagittario e disarmonica con Marte in Pesci, per l'Astrologia medica predisponente all'alcoolismo cronico), ammalato di sifilide e, certo, con un regime alimentare da far orripilare non solo i moderni dietologi; tutto questo suo "tirare la corda", con sovrano disprezzo del limite ( quale pena del contrappasso!), non è niente rispetto al logoramento a cui il suo stesso cervello è stato sottoposto fino a distruggere se stesso, fino a divorare se stesso In Van Gogh la spinta creativa s'è presto trasformata in una corrente ad alta tensione. Ma "tensione", nel linguaggio medico, significa anche pressione, quasi che il suo cervello premesse contro le pareti che lo limitavano. E' come se il cervello non riuscisse a contenere l'espandersi della sua creatività e , alla fine della vita, la rivelazione del suo genio. Rispunta il problema del "limite", tipico dell'Ariete come Segno equinoziale, qui spostato alle pareti del suo cervello, su cui andava a sbattere la trottola del suo pensiero.

Alla fine, ma proprio alla fine, dovette ammettere la sconfitta.
Lucidamente e spietatamente così Van Gogh riassumeva a Theo la situazione: "A me dipingere è costato tanto che ora la mia carcassa è sfinita e il mio cervello completamente tocco…A te è costato soltanto, mettiamo, una quindicina di migliaia di franchi che mi hai anticipato". O ancor più concisamente e sempre a Theo: "Le mie forze si sono esaurite troppo presto…".
Sono stralci di lettere dal manicomio di Saint-Rémy, dove s'era fatto ricoverare a maggio del 1889, con già alle spalle (?) tutto il fallimento del sodalizio con Gauguin e con davanti agli occhi l'appena celebrato matrimonio di Theo, minacciante un altro e ben più terribile abbandono.

Sì, perché Theo lo ha sempre mantenuto: gli ha pagato i colori e le tele, gli affitti e i traslochi , il dentista e le stanze del manicomio. E' con il suo aiuto, spesso astutamente stimolato, che Van Gogh ha potuto lavorare, ovverosia dipingere: "Il lavoro mi assorbe talmente che credo resterò per sempre astratto ed incapace di cavarmela per tutto il resto della mia vita".
Solo da uno scabro, schietto Ariete "senza fronzoli" poteva venire questa riduzione a lavoro della sua arte. Come un artigiano alle prese con il suo mestiere, così Van Gogh è convinto che la conquista della tecnica verrà a furia di provare e riprovare, attraverso un'indomabile e irriducibile ostinazione. E come un martello che batte senza posa sul ferro finchè è caldo, così eccolo ripetere più e più volte lo stesso soggetto, la stessa scena. Basta scorrere il catalogo completo delle sue opere per avvedersene.
Come sul corazzato portone del castello medioevale picchia e ripicchia la testa dell'ariete, sicura che, prima o poi, farà breccia, troverà un varco, scavalcherà quel…limite, così Van Gogh, cocciutamente paziente, si proietta verso la conquista di una abilità, di una padronanza del mezzo, di una tecnica, che solo una volta conquistata si potrà sovranamente ignorare. E allora lo sentiremo affermare che "bisogna sacrificare la tecnica" pur di giungere al cuore della realtà, attraverso "l'uso arbitrario del colore".
E questo sarà il suo limite: il rispetto della verità del cuore e il rispetto della realtà, vale a dire dell'uomo. Questo è il realismo di Van Gogh, quello, come scriveva, che lo faceva rimanere "calzolaio" (arte come artigianato a servizio dei bisogni dell'uomo) e non - notate la proiezione in avanti - "musicista dei colori" (un astrattista).
Dunque anche nel modo di lavorare Van Gogh non cessa di essere Ariete. Il lavoro è una lotta contro le difficoltà , è fatica ed impegno, è espressione della propria forza virile. Esemplare in questo senso il suo "disprezzo" per l'acquarello, che suggerisce l 'idea di facilità e mancanza di sforzo, e , al contrario, la consapevolezza della difficoltà nel rappresentare l'estate e il sole mediterraneo, suo ultimo, disperato cimento.
Il lavoro per Vincent van Gogh sarà tutto e il contrario di tutto: impegno etico, necessaria fatica e pena che tutto assorbe e concentra su di sé a tal punto da fagocitare se stessa, divenendo così distrazione, liberazione dalle cure quotidiane, soddisfazione e per qualche attimo forse - beata parola senza senso - felicità.

Attraverso il lavoro, infine, l'energia creativa trovava una via d'uscita e d'espressione, il cervello prendeva un respiro di sollievo, l'ambizione attingeva un motivo di speranza in più.
E sarà quando sentirà venir meno l'entusiasmo della sua ricerca artistica, sarà quando - correa certo anche la malattia - ne sentirà tutta l'avvilente inutilità, che risolverà di uccidersi, in una buca del letame ( che i giornali trasformarono in "campi"), perché così si sentiva lui stesso: "Je m'emmerdai", come dirà - ah, rozzo Ariete! - a Theo, accorso al suo letto di morte.
Ma prima di precipitare nell'abisso più solitario e sconfortato, quanti tentativi di comunicare, quanta voglia di donarsi, di amare, di sacrificarsi.

Ed infatti nel Segno dei Pesci, che tutti questi valori incrementa, Van Gogh ha non solo Venere, che nei Pesci ha la sua "esaltazione" (e che, data la strettissima congiunzione con Marte, è cooptata nella dominanza), ma anche Nettuno, che è l' "ottava superiore" di Venere e che nei Pesci ha il suo Domicilio Diurno. Esaltazione e idealizzazione si mescolano nei rapporti con gli altri, ma poi le intemperanze del carattere rovinano tutto. Venere, lo strumento principe della comunicazione affettiva, proprio perché congiunta a Marte, vede aggravati gli effetti della sua quadratura con Luna e Giove in Sagittario: quasi il massimo dell'urgenza e insieme della difficoltà di farsi amare.

I tentativi di trovare posto in questo mondo attraverso l 'amore - un aderire alla realtà che è, come abbiamo visto, una sorta di imperativo categorico per l'Ariete - avranno il loro apice nell'esperienza con Sien, per quanto riguarda l'elemento femminile, e in quella con Gauguin, per quanto riguarda l'elemento maschile.
Sien era una prostituta, alcoolizzata, che già aveva una figlia e stava aspettando un bambino quando Van Gogh la conobbe (1882), appena reduce dal rifiuto della sua proposta di matrimonio alla cugina Kee.
In questo amore tutto si somma: la speranza, non ancora spenta, di crearsi una propria famiglia (Ascendente Cancro), lo slancio soccorrevole e l'attenzione per gli umili, tipica della sua forte componente Pesci, l'impegno morale, infine, di migliorare le condizioni altrui, di lenire le brutture del mondo ( la sua, altrettanto forte, componente Sagittario).
Come s'è detto fu una vicenda illusoria e suicida e dopo d'allora Van Gogh si convinse (o lo diceva per rassicurare il fratello?) che il matrimonio non faceva per lui o, peggio, che impediva la sua arte.
Ma anche il rapporto paritetico con gli uomini, e con gli uomini artisti in particolare - sempre il solito concentrato di aspettative ! - non andò meglio.

E qui è emblematica l'esperienza di convivenza e di reciproca collaborazione con Gauguin.
Eccolo, l'amico artista, finalmente arrivare ad Arles (23 ottobre 1888), dopochè Theo, vendendo un suo dipinto, lo ha liberato dai debiti, accolto da Van Gogh come un sogno che si avvera. Egli ha rinnovato tutta la casa per renderla accogliente ed è tutto preso dalla personalità fascinosa di Gauguin, del Segno dei Gemelli e dunque straordinario affabulatore di se stesso, dei suoi viaggi in terre lontane con le donne e con i colori di una bellezza e di un'intensità che solo lì è possibile vedere.
Van Gogh, che dai viaggi è sempre stato attratto - è la proiezione di Frisso nel lontano e nell'altrove -, non ha che questa modesta Colchide da offrirgli: una Arles, di cui ben presto Gauguin si stancherà e a cui preferirà di gran lunga la Normandia.
Si scambiano i ritratti - e chissà con quale senso del rito lo fece Van Gogh, quasi santificazione della loro amicizia, alla maniera degli artisti giapponesi, che per lui costituivano il massimo del sodalizio fra artisti - ed è terribile vedere ciò che l'uno pensa dell'altro.
Van Gogh vede un Gauguin bello, astuto, quasi un moderno Ulisse; Gauguin ci descrive un Van Gogh quasi inebetito e avvinazzato (ha infatti un naso rosso in bell'evidenza) che si protende verso la tela come verso un margine lubrico, nello sforzo di ritrarre due girasoli altrettanto sfatti e stravolti.
Echeggiano, beffarde, le parole che Gaugin gli diceva per calmarlo, quando si accendeva troppo nelle discussioni: "Oui, brigadier!", "Ma sì, cretino!".
No, non poteva durare. E fu l'esplosione della tragedia: prima una goffa aggressione, rasoio in mano, a Gauguin di ritorno dal bordello; poi la ritorsione su di sé di tutta quella violenza in corpo, con l'altrettanto goffo taglio di una parte dell'orecchio, incartato e donato alla piccola Rachel, la prediletta di Van Gogh al bordello, condivisa con Gauguin, torero trionfante.

A Van Gogh, sconfitto su tutta la linea - non solo nel condurre questa amicizia, ma anche nel condurre gli equilibri del suo cervello-, non resta che fare il toro ucciso e offrire l'orecchio alla dama.
E, in fine, cos'ha da dirci il suo oroscopo a proposito della sua malattia, della sua pazzia? Mercurio in Ariete già da solo depone per scatti di nervosismo con sconfinamento nella violenza, per cambiamenti d'umore e comportamenti poco ortodossi, per una tendenza all'esaurimento nervoso, soprattutto a causa di superlavoro. Se poi si ha un Mercurio, sì trigono con la Luna e Giove, ma quadrato con l'Ascendente Cancro - sempre secondo Klöckler - e dunque pianeta Dominante, tutto ciò si dilata e si enfatizza.
Ma è la forte componente in Sagittario, nella Casa sesta, quella delle malattie per l'usura del corpo, che ci dà la risposta più chiara. Essa depone per l'origine epilettica del suo male, presente già nell'infanzia - la Luna governa i primi anni di vita - e che sarebbe giunto a piena maturazione negli anni di Giove (verso i cinquant'anni), che Van Gogh non raggiunse.
A bruciare i tempi fu certo il transito di Urano in Bilancia, ormai prossimo all'esatta opposizione con Mercurio Natale in Ariete e in quadratura con l' ASC Cancro. In questo contesto Urano, "ottava superiore" di Mercurio, è nel ruolo di vero e proprio detonatore del Mercurio di Nascita e cioè della mente e del cervello, in una parola dell'assetto mentale nel suo complesso.
Se poi si voglia prendere in considerazione l'oroscopo del giorno del tentato suicidio, della maldestra revolverata (il 27 luglio 1890 - Van Gogh morirà due giorni dopo), si noteranno:
• il ritorno della Luna nel Segno di nascita (il Sagittario), congiunta a Marte (!) e, presumibilmente (ho optato per le ore 17, seguendo le testimonianze), in Casa dodicesima;
• l'opposizione della coppia Luna/Marte in Sagittario con la coppia Nettuno/Plutone in
• Gemelli, che sembra quasi indicare tutto lo sforzo di chiarimento e di sublimazione, che però
• Saturno in Vergine blocca con la sua doppia quadratura senza appello. Il pianeta è
• infatti esclusivamente disarmonico e in Casa ottava. Poco discosta da lui e sempre in Casa ottava
• Venere in Vergine assiste, impotente ed afflitta, in quadrato con la Luna (configurazione ricorrente, sempre secondo Klöckler).
Ultimo dato, legato all'Oroscopo Solare 1890/1891 (da calcolare su Arles), è che, in quella domenica estiva, il Sole aveva raggiunto la Luna Solare nei primi gradi del Leone e dunque ci si trovava nel buio più totale della Luna Nuova.
In quello stesso buio era ormai precipitata ogni speranza di essere riconosciuto ed apprezzato come artista. Era la solitudine più assoluta, l'emarginazione che confermava la sua eccezionalità, fuori da qualunque moda e modello e tutta imperniata sull' uso espressionistico del colore.

Se i giapponesi non avevano attribuito importanza alla luce, se gli impressionisti le avevano subordinato tutto, lui, come un decifratore delle aure cosmiche, era riuscito a trascrivere in colore la luce interiore della realtà, l'anima delle cose.
Case e chiese, caffé e notti stellate, campi di grano e soli zenitali, ritratti e fiori, tutto emana dall'interno la sua luce, la sua anima, la sua verità. E più si andava avanti e più le pennellate sciabolavano, ormai velocissime e sicure, e più tutto si contorceva, ardeva, ruotava nel vortice rovinoso della vita.