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Laboratorio

Dedicato a Mozart (1756-1791) nel 250esimo della sua nascita

dalla Piccola tragediaMozart e Salieri” di ALEKSANDR PUSKIN (1799- 1837)

MOZART (vedendo Salieri piangere, mentre lui sta suonando un pezzo del suo Requiem)

Se tutti potessero sentire così la forza
dell’armonia! Ma no: allora non potrebbe
più esistere il mondo; nessuno vorrebbe più
occuparsi delle necessità della vita quotidiana;
tutti si voterebbero alla libertà dell’arte.
Noi siamo i pochi eletti, oziosi fortunati,
spregiatori del vile profitto,
della sola bellezza sacerdoti.
Non è vero?...


Sono queste le ultime parole di Mozart, alla fine della piccola tragedia Mozart e Salieri (2 scene che abbracciano poco più di 200 versi) che Puskin scrisse nel 1830.
Una anno molto tormentato per lui: a maggio s’era fidanzato ufficialmente con Natalia Gonciarova, ma le nozze erano in alto mare (le richieste dei genitori della futura sposa si facevano sempre più esigenti) e, ad agosto, l’inopportuna – l’aggettivo è di Puskin – morte di un suo zio le fece ulteriormente slittare.
Il poeta allora lasciò, quasi fuggendo, Mosca, isolandosi nella tenuta di Boldino, mentre tutt’intorno infuriava il colera.

Era autunno – la stagione a lui più cara – e fu l’autunno a ispirare (fra il resto) le quattro piccole tragedie (oltre a Mozart e Salieri: Il cavaliere avaro – Il convitato di pietra – Il festino in tempo di peste) in cui la morte o il delitto la fanno da protagonisti.

Qui è il delitto, naturalmente: l’assassinio di Mozart, che occupa tutta la seconda scena (una settantina di versi). Salieri ha invitato Mozart in trattoria e lo ha avvelenato. Finito il pasto Mozart s’è messo al fortepiano a suonare un pezzo del suo Requiem e Salieri, piangente, così gli dice:

SALIERI

Antonio SalieriQueste lacrime
sono le prime che verso: con dolore e con piacere,
come se assolvessi un penoso dovere,
come se un coltello salutare mi tagliasse
un membro che fa male!
Amico Mozart, queste lacrime…
non badarci. Vai avanti, affrettati
a riempire ancora la mia anima di suoni…

Traduzione: Daria Mueller


Commento

Se nelle parole immediate e schiette di Mozart sentiamo tutto l’entusiasmo di un artista che si esalta per la bellezza e per la libertà che la musica gli sa dare (com’è bello essere un “ozioso fortunato” e non inseguire il profitto – si badi, non “il denaro”, tout court; com’è stupefacente, attraverso l’arte, eclissare le necessità e i bisogni della vita quotidiana e diventare cultori della sola bellezza); nelle parole di Salieri sentiamo tutta la complessità del personaggio, tutte le sue lacerazioni e ambivalenze.
Egli prova piacere e dolore compiendo il delitto, così come ama e odia Mozart, suo amico e contemporaneamente suo rivale, non tanto sul terreno comune della musica, ma su quello metafisico della sua idea di arte, di ordine e di giustizia.

Il lungo monologo di Salieri all’inizio del dramma è infatti un grido di dolore e di sdegno per l’ingiustizia di Dio che elargisce “il dono sacro, l’immortale genio” ad un “pazzo, ozioso vagabondo” e non a chi, come lui, ha sacrificato “con amore ardente e zelo diligente” tutta la sua vita per la musica.

L’ignaro, l’innocente Mozart è così causa non solo di quel degradante sentimento di invidia, che Salieri non ha mai provato prima per nessun altro grande musicista conosciuto (egli ci parla di Gluck, di Haydn e di Piccinni), ma anche della sua risoluzione di liberare il mondo da questa inutile, dannosa, insultante anomalia, da questo “cherubino” che dall’Eden ha portato un canto che fa sentire ancora più pesante il suo corpo “senza ali” (così come quello di tutti gli altri musicisti come lui).

Si uccida Mozart: la sua opera sublime non migliorerà l’arte. Morto lui, ella ricadrà in basso: “di Mozart non esistono eredi”.
Il coltello, il delitto, risana e salvifica, toglie la sofferenza, lascia privi di un membro, ma ripristina la giustizia, che vuole premiato il merito, non la gratuità del genio.
Come già disse il poeta Vjaceslav Ivanov (1866-1949) non è dunque l’uomo Mozart che Salieri uccide, e la sua non è un’invidia personale. Egli odia e distrugge il principio che Mozart incarna: possedere gratis la grazia del talento. Salieri dunque è un deicida, non un omicida.

Una lettura di questo tipo che cosa può suggerire, o confermare, all’astrologo nel suo Laboratorio?

Sapendo che Mozart è dell’Acquario (27 gennaio), e Salieri del Segno opposto del Leone (18 agosto 1750-1825), non potrà che apprezzare come Puskin sia riuscito a delineare così bene questa polarità, che, come tutte le polarità – v. Ginko biloba – offre il massimo della integrazione (attuando la congiunzione degli opposti), ma anche il massimo della dissociazione, della estraneità e dell’odio, come risultato di un amore impossibile.
Ma vediamo più in dettaglio le antinomie di questi due Segni.
L’uraniano Acquario (Urano ha il suo Domicilio diurno nel Segno) procede per folgoranti intuizioni, il Leone sobbarcandosi sforzi tenaci e immani; l’Acquario libertario non si sente vincolato da nessun “sacro” principio – nella prima scena del dramma Mozart fa venire in casa di Salieri un violinista ambulante perché lo ha sentito storpiare una sua aria -, il Leone (Domicilio del Sole) è gerarchico per sua natura, un uomo d’ordine e di legge, molto sensibile agli attacchi alla sua “maestà”. E nel dramma Salieri, proprio a proposito della succitata “sorpresa” di Mozart, dice:

No.
Non mi fa ridere, quando un vile imbianchino
mi imbratta la Madonna di Raffaello;
non mi fa ridere, quando uno zotico menestrello
con la sua parodia disonora l’Alighieri.

Irrisione e serietà, vagabondaggio e successo (Salieri divenne Maestro di Cappella alla corte imperiale di Vienna), libero estro innovativo e felice adattamento al proprio tempo: ecco le differenze più evidenti che emergono da questa opposizione.

Sarà anche leggenda la storia tragica della loro rivalità, ma è pienamente accettabile dal punto di vista astrologico.
Per ulteriori approfondimenti sul Leone e sulla carica di violenza che lo tipizza, vi rimando, gentili ospiti del mio Laboratorio, a “Mito greco ed astrologia”.

E di Puskin che dire?

Aleksander PuszkinParlare di Puskin è come parlare di Dante, non solo perché tutti e due, come meteore di fuoco, inaugurarono una nuova età letteraria e rifondarono con la loro opera la storia linguistica e culturale del loro paese, ma anche perché – e qui è l’astrologia ad aggiungere la sua – furono tutti e due del Segno dei Gemelli, Segno d’Aria, sotto Mercurio, il pianeta della parola e della scrittura.
Da questo Segno di piena primavera essi trassero la ricchezza multiforme dello stile, la sperimentazione dei vari generi letterari, l’aerea freschezza dell’ispirazione, la generosità e insieme la modestia nel porgerci, alla stregua di un semplice frutto, quel “dono divino”, di cui s’è parlato poc’anzi.

Mercurio, agile e leggero con i suoi piedi alati, tutto sfiora ed osserva con delicatezza, civiltà e naturalezza. E come il tratto, così è la mente, agile e leggera, sovranamente libera perché non conosce confini: è infatti esente da qualunque pregiudizio, né è interessata ad arrivare ad un giudizio, ad un punto fermo, in cui ogni dialettica si spegne.

Come Dante, interrogando i dannati, nel momento stesso in cui li fa parlare, li libera dalla fissità della loro colpa e della loro morte, così Puskin nelle tenebre fosche e mortifere di queste Piccole tragedie, dando al personaggio la possibilità di esprimersi, rimette in discussione la sua condanna, facendoci riflettere sulle radici complesse della colpa e del delitto.

E come Dante nell’Inferno spesso tramortisce quando cuore e mente si dissociano, così Puskin resta muto di fronte alla esplicitazione della sofferenza e dell’angoscia che tormentano il colpevole.

In conclusione il vero morto è Salieri, un morto già da vivo, non Mozart, tornato a fare il cherubino nell’empireo immobile e incorruttibile della bellezza e dell’arte.